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‘Il gusto della memoria’: Cecilia Pagliarani, così ridiamo vita al cinema d’archivio

‘Il gusto della memoria’: Cecilia Pagliarani, così ridiamo vita al cinema d’archivio

La memoria, la rivalutazione del cinema d’archivio, il sapore delle immagini di repertorio, vecchi filmini in 16mm. Sono gli ingredienti de ‘Il gusto della memoria’, rassegna di film ispirati alle immagini d’archivio e giunta quest’anno alla sua terza edizione. Intanto iscrizioni aperte per partecipare al concorso in attesa del 27 e 28 settembre prossimi, quando il festival entrerà nel vivo tra la Sala Cinema Trevi di Roma e gli incontri a bordo del Battello sul lago di Bracciano.
Una manifestazione che viene da lontano, fondata e diretta dalla montatrice e regista Cecilia Pagliarani, che così ci racconta il suo viaggio nell’universo ancora oggi indefinito del cinema d’archivio.

Perché un festival sul ‘gusto della memoria’?
La rassegna è nata in seguito a un lungo lavoro di ricerca di immagini destinato a ridare onore al cinema amatoriale, che ha avuto una storia molto interessante e avventurosa tra gli anni ‘40 e ’50, non solo negli Usa ma anche in Europa.
In un certo senso il cinema come tecnica di impressioni è nato in Europa e poi è stato trapiantato oltreoceano. Nel nostro archivio ad esempio sono finite collezioni del ’22 a dimostrazione del grande fermento tecnologico tra i benestanti francesi dell’epoca.
Siamo arrivati a un numero di pellicole molto importante, ma non essendo Luce, nè Bbc o l’INA era molto difficile far sapere dell’esistenza di questo archivio e mettere queste immagini a disposizione di qualunque regista volesse usarle.
Per questo abbiamo pensato di creare un festival che durante la prima edizione si è soltanto limitato a mostrare collezioni di bobine, e che dal secondo anno in poi è diventato un concorso per registi, un contest di scrittura cinematografica basata sui film degli altri.

Quanto è durato il lavoro di ricerca per arrivare a realizzare il Nosarchives, cuore della manifestazione?
Ci sono voluti anni. La ricerca però è sempre attiva anche se ora è meno faticosa perché più l’archivio è conosciuto più la gente si rende conto di quanto sia facile dare e trovare delle immagini.
L’idea mi è venuta mentre facevo la regista in Francia qualche anno fa; stavo montando un film su un vecchio music-hall di Parigi, l’Alhambra, usando delle immagini dell’INA che la produzione aveva pagato 7 mila euro.
In parallelo stavamo facendo ricerche su altre immagini di archivio e scoprii che un signore della provincia francese aveva un film a colori del balletto di Zizi Jeanmaire, che non esisteva in nessun altro archivio perché quel filmino era stato girato in 8mm cioè a colori, quando la televisione francese invece era in bianco e nero.
Mi sono resa conto di aver dato 7 mila euro all’INA per un’immagine meno buona di quella del signore, ma non esisteva un contratto possibile per remunerarlo perché non era un autore, era solo un ferroviere in pensione. Allora mi sono chiesta per quale motivo se un 16mm girato da un amatore risulta migliore di un film, non si debba remunerare; ci siamo quindi messi a cercare le modalità per poterlo fare ed è su queste basi che nasce Nosarchives. In pratica diamo il 50% delle vendite agli autori o agli eredi dei filmati in archivio.
Chiunque può associarsi liberamente, è un percorso alla luce del sole, se poi il materiale viene venduto ti rientrano i soldi.

Che tipo di difficoltà avete incontrato?
In Italia l’ostacolo principale è quello che potremmo definire una specie di velo nero su tutte le attività culturali; facciamo parte della Conferenza Mondiale degli Archivi, ma qui in Italia non se ne è interessato mai nessuno. Il problema più grande è stato renderci visibili, perché un lavoro come il nostro non è per niente alla portata di chi potrebbe utilizzarlo. Svolgiamo una grande attività pedagogica, lo scorso anno abbiamo avuto 28 stagisti di una scuola superiore e 4 dell’Università La Sapienza, quest’anno ne prenderemo altri. Tutto gratuitamente, ma non è bastato neanche questo a dare risalto al nostro lavoro.

Qual è il vantaggio di avere un archivio simile?
La cosa importante è la presenza di materiale in pace con i diritti, che permette a un autore di scegliere delle immagini e usarle realmente, perché basta pagare la licenza per avere la liberatoria sull’utilizzo. Il cinema amatoriale ha il grande problema di essere rimasto in qualche modo intoccabile, è un salto nel buio, non sai mai se potrai utilizzarlo o meno; capita spesso che un materiale piccolissimo venga poi a costare una cifra spropositata, perché magari l’erede ne è venuto a conoscenza solo dopa averlo visto nel film in cui è stato inserito.
Il nostro lavoro permette alla gente di guadagnare e a chi vuole utilizzare quel filmato di stare sicuro e di non andare incontro a infiniti tira e molla per sapere se alla fine potrà montarlo o no.

Cosa dobbiamo aspettarci da questa terza edizione?
La prima novità è che il festival si sposterà da Bracciano, che ci ha ospitato nelle scorse edizioni, a Roma nella sala Trevi della Cineteca Nazionale che consentirà una migliore visione tecnica dei film. A Bracciano rimarrà la parte più culturale con degli approfondimenti sul Battello che si offrirà come sala cinematografica e luogo di discussioni sul cinema e sulle tematiche dell’utilizzo d’archivio.

Come avviene la selezione delle opere e quante ne arrivano?
Lo scorso anno ne son arrivate 20 e avevamo un solo contest; quest’anno abbiamo anche un concorso per gli under 18 che possono realizzare vere o finte biografie usando le immagini di archivio. Per questa edizione ci aspettiamo circa 50 film. La selezione avverrà dal 15 agosto in poi e le opere saranno scelte da un giuria che si sta via via componendo.

C’è qualche opera che ti è rimasta particolarmente impressa?
L’anno scorso arrivarono film di straordinaria qualità, molto curati e con una sapienza di scrittura tale da farmi pensare che chi si avvicina a un cinema d’archivio ha una cultura cinematografica che lo porta ad amare questo tipo di immagini. Mi colpì un film fantasy di Rita Rocca, giornalista Rai, che ebbe un buon seguito finendo al Festival di Trieste; e poi un piccolo film di Paola Manno, ‘Le donne sono tutte puttane’, un ritratto ironico del maschilismo con un montaggio che alterna frasi note di alcuni grandi della storia, come De Gasperi e Churchill, a immagini di donne che si divertono.

Di recente hai montato “Felice chi è diverso” di Gianni Amelio, un film realizzato anche in questo caso partendo da immagini di repertorio. Che tipo di lavoro c’è stato rispetto alla memoria?
Nel film ci sono diverse immagini del Luce che evocano un’epoca; ho quarant’anni e devo ammettere che un po’ di quel tono lo ricordavo. Invece tutto ciò che abbiamo trovato è stato un interessante lavoro di ricerca, quasi certosina; abbiamo trovato ad esempio antiche collezioni di giornali e quello per me è stato una vera scoperta perché è un linguaggio, un tono e un modo di parlare e fare ironia e sarcasmo che non ci appartiene più e che oggi sarebbe di difficile comprensione.

Quale sarà il futuro di questo festival?
Speriamo che possa diventare un appuntamento fisso del cinema di memoria. Ci sono film girati in 16mm perfetti, che non devono necessariamente essere utilizzati ma possono ispirare per creare altro.
Il prossimo anno vorremmo fare un festival a Parigi, in collaborazione con tutti gli altri che in Europa si occupano dello stesso argomento, vogliamo che diventi una festa delle immagini d’archivio d’Europa.

Il tuo rapporto con la memoria?
Il mio lavoro di montatrice mi porta a non concepire la memoria come passato e quando ricordo, le immagini mi rimangono attuali e sempre utilizzabili. Ho poco il senso del passato, la memoria per me è sempre un qualcosa che può essere utilizzata anche domani, ho la sensazione che sia sempre attuale.

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Elisabetta Bartucca

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