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12 anni schiavo: Il colore della prigionia

12 anni schiavo: Il colore della prigionia

Il regista di “Hunger” e “Shame” regala al grande pubblico un’altra toccante pellicola. Le immagini sono fluide ed eleganti, gli attori straordinariamente bravi. In odore di Oscar.

4stelle

Steve McQueen torna dietro la macchina da presa con la sua pellicola numero tre, 12 anni schiavo, ancora una volta facendo leva sulla sua innata bravura di narratore attento, di meticoloso osservatore: il regista di Hunger scruta, racconta con un fare quasi antropologico, regalando – come ormai da ‘copione’ – immagini eleganti, ma al tempo stesso semplici.
Nella sua nuova pellicola McQueen non racconta di certo nulla di nuovo, la schiavitù statunitense è stata riportata – fortunatamente – negli anni in tutte le salse, dalla carta stampata alla cellulosa: romanzi, serie-tv (Radici), pellicole cinematografiche.
Ma ancora una volta lo sguardo del cineasta inglese stupisce, riuscendo ad andare oltre, catturando l’attenzione su una tematica mai fuori moda.
L’arma vincente di 12 anni schiavo è la sua storia, il suo particolare punto di vista. Tratto dal libro autobiografico del suo protagonista, Solomon Northup, la pellicola ci mostra la netta differenza che intercorre tra la schiavitù vissuta da un uomo nato libero e quella vissuta da chi in un regime di schiavitù ci è nato.
La storia è proprio questa: Solomon Northup era un uomo nato libero (nello stato di New York), un padre di famiglia, un musicista, una persona rispettata da tutta la comunità. Nella libertà era cresciuto, aveva studiato e messo su famiglia. Ma tutto ciò non era bastato. Il pericolo era insito nel colore della sua pelle. Dopo essere stato ingannato e drogato da due uomini, è incarcerato e ridotto in schiavitù, inviato nelle lontanissime piantagioni di cotone della Louisiana, da cui nessuno faceva più ritorno.
Le immagini sono forti, il regista inglese costringe lo spettatore a fermarsi, a posare lo sguardo sul disumano: non si può scappare, è impossibile dimenticare. Ancora una volta McQueen non racconta soltanto una storia, la analizza, smuove gli animi e le coscienze.

Dalla scena della tentata impiccagione (mentre sullo sfondo i bambini giocano al sole e gli uomini continuano la loro routine quotidiana), a quella di un uomo che è costretto a frustare la sua migliore amica: 12 anni schiavo non concede sconti.
McQueen racconta la prigionia (già affrontata, ma sotto un punto di vista diverso, nelle sue due precedenti pellicole) regalando alle immagini morbidezza e appoggiando – ancora una volta –  l’intero film sulle spalle del suo protagonista.
La straordinaria scenografia naturale fa da sfondo a degli attori ‘mostruosamente’ bravi: Chiwetel Ejiofor (tra i favoriti ai prossimi Oscar come Miglior Attore Protagonista) porta avanti la pellicola sulla propria ‘pelle’, dando a Solomon Northup un corpo nel quale reincarnarsi.
A fargli compagnia l’immancabile Michael Fassbender (ormai attore feticcio di McQueen), nel ruolo del crudele e pazzo proprietario terriero, e l’esordiente Lupita Nyong’O. La sua Patsey è dolce e al tempo stesso forte, è più che mai vera.
Cammeo per Brad Pitt, che dopo aver prodotto la pellicola, ha deciso di dare il volto al protagonista che in qualche modo cambierà tutta la storia. E’ uno dei pochi bianchi a cui McQueen regala una coscienza.  Non sarà certo facile allontanare dalla mente lo sguardo straziante di Chiwetel Ejiofor.

 

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Silvia Marinucci

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