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Una domenica notte: Andrisani, una storia che avevo quasi dimenticato

Una domenica notte: Andrisani, una storia che avevo quasi dimenticato

Le musiche di Brunori Sas, le atmosfere grottesche di certa commedia all’italiana, le suggestioni di un Sud surreale e complesso, e latente – neanche poi troppo – l’influenza di maestri come Ciprì e Maresco. È Una domenica notte, esordio alla regia di Giuseppe Marco Albano, giovane regista lucano, classe 1985 e una lunga gavetta nel mondo dei corti, fino a conquistare nel 2012 l’attenzione della critica con Stand by me.
La storia è quella di Antonio Colucci, filmmaker di provincia, che al sogno di girare un film non vuole proprio rinunciare. Deciso a cercare i fondi per girare una sceneggiatura a basso budget, scoprirà l’orrore che lo circonda nella città in cui vive, Matera, molto più impressionante dell’ horror che vuole realizzare. A dargli il volto è Antonio Andrisani, autore del soggetto e sceneggiatore del film, che da oggi sbarca in ben 50 sale. “Un numero destinato a crescere”, ci annuncia Andrisani all’inizio di quella che sarà una lunga e piacevole chiacchierata.

La storia di Una domenica notte nasce da un tuo soggetto. Come è stato affidarlo a qualche altro, in questo caso al regista Giuseppe Marco Albano?

Io e Giuseppe veniamo da una serie di fortunati cortometraggi girati insieme, l’ultimo dei quali è Stand by me, Nastro d’Argento nel 2012. Anche in quel caso l’avevo scritto e interpretato io. Insomma eravamo abbastanza rodati e sulla scia di questo successo, i due giovani ed eroici produttori, Paolo Leone e Angelo Viggiano, hanno deciso di investire su di noi.
Il soggetto come la sceneggiatura è piuttosto datato, l’avevo scritto qualche anno fa, poi quando è spuntata la possibilità di farci un film l’ho ritirato fuori e l’abbiamo rivisto insieme riadattandolo alla concretezza di un piano produttivo indipendente.
Era una sceneggiatura abbastanza lunga, come spesso mi succede, e l’abbiamo tarata perché rientrasse nei canoni produttivi di un’operazione comunque a basso budget.

Quanto ha di autobiografico questa storia?
Sarebbe facile pensarlo. Più che di spunti autobiografici in realtà parlerei della presenza di un tema spesso ricorrente in ciò che scrivo: il racconto della mia terra, della mia provincia e in questo caso di un filmmaker che decide di vivere la propria passione nella città forse sbagliata, Matera, rispetto invece alle città dove si fa cinema, ammesso che in Italia se ne faccia ancora.
È il racconto di una terra che conosco bene, di una provincia che vedo e vivo, e che riesce sempre ad esercitare un certo fascino sul pubblico e sulla critica. Forse il cinema italiano ha sempre raccontato la provincia, è un genere, quasi una modalità che continua ad appassionare, soprattutto all’estero come abbiamo avuto modo di verificare con Stand by me. Fellini non ha fatto altro per tutta la vita, anche La grande bellezza è un film sul provincialismo; noi raccontiamo la provincia lucana.

Una provincia grottesca in cui i personaggi si agitano, si arrovellano e si rinfacciano frasi come: “È per atteggiamenti come il tuo se al Sud le cose non cambieranno mai”.
Il protagonista ha un suo rigore e un proprio candore, magari non è all’altezza di ciò che vorrebbe fare ma ha un codice morale e professionale che si scontra con il pressappochismo generale.  Quell’affermazione specifica allude al fatto che spesso al Sud si vive una condizione di schiavitù e oppressione psicologica, culturale ed economica che ti toglie la libertà di fare delle scelte.
Qui l’assenza generale di libertà si accompagna ad una mancanza di risorse economiche, quella frase suona come un’esortazione subliminale a prendere consapevolezza e a ribellarsi ad un sistema che ci tiene assoggettati come fossimo solo un bacino di voto. E’ un anelito alla libertà, anche se il protagonista è in fondo il primo a non essere all’altezza della situazione per suoi problemi caratteriali; poi però ha questa forma di rigore che lo rende a tratti eroico.

Vedendo il film sembra impossibile non pensare a Ciprì e Maresco…
Li adoro, sono un grande estimatore soprattutto di Maresco.
Ho sempre avuto questa predisposizione a dialogare con persone bizzarre, lo facevo in una trasmissione per la tv locale della mia città: andavo in giro a intervistare questi personaggi surreali.
Ho da sempre questa passione per il cinismo e quando la vidi in ‘Cinico Tv’ applicata ai massimi livelli poetici ed estetici mi sono innamorato di loro in modo totale.
Peccato non vederli più in giro da un po’; purtroppo spesso i pochi geni che abbiamo non vengono messi nella condizione di poter fare qualcosa, forse sono troppo intelligenti per questo paese.

Avevi in mente altri modelli quando hai scritto questa storia?
No, l’unica cosa di cui ho tenuto conto come in molti altri miei lavori è una struttura di sceneggiatura a soggetto, che ruota attorno ad una sola persona senza particolari sviluppi drammaturgici, e che in fondo è anche quella classica della commedia anni ’70.
Una domenica notte ha una impostazione vecchio stile. E’ una struttura rischiosa non più praticata dal cinema italiano, che oggi invece predilige la coralità e una struttura a episodi.

Hai mai pensato di dirigere tu stesso questa storia?
No, sinceramente no. L’idea di girare un film così complesso come regista non mi ha mai sfiorato, non pensavo che si sarebbe mai potuto realizzare, avevo questa storia ma stava lì chiusa in un cassetto, l’avevo quasi dimenticata; quando poi è arrivata l’occasione e ai produttori è piaciuta l’idea l’ho ritirata fuori.

La tua doppia veste di attore e sceneggiatore è un limite o un valore aggiunto?
È sicuramente un aspetto positivo del mio mestiere. Il vantaggio nell’interpretare i personaggi che scrivi è che li conosci bene, hai un idea precisa di ciò che stai raccontando; conosci il tuo ruolo meglio del regista stesso, hai quasi la possibilità di auto dirigerti.

Quanto è cambiata la sceneggiatura durante le riprese?
Dopo aver rivisto la sceneggiatura insieme a Giuseppe abbiamo girato in modo pedissequo e fedele al copione, ma abbiamo tagliato parecchie scene – parlo di almeno 20 minuti – perché il film era molto lungo, e sacrificato anche elementi che a me piacevano di più rispetto a quello che poi abbiamo tenuto nel montaggio finale perché più funzionale al resto.

Il protagonista del film spesso fa riferimento a modelli alternativi di produzione come il crowdfunding. E’ una strada percorribile? Si può ancora parlare di sistema produttivo cinematografico in Italia?
Sono alibi per darsi coraggio e a cui qualsiasi filmmaker ha pensato almeno una volta nella vita, sono soluzioni estreme che aiutano e a cui si ricorre pur di fare un film. Ma è giusto che il cinema rimanga un’industria, che abbia dei costi e che guadagni.
In Italia il cinema lo fanno in pochissimi, e spesso in modo insincero, poco creativo, con una forma di disprezzo verso il pubblico: si crede infatti, erroneamente, che lo spettatore sia stupido e che per incontrarne i favori si debba abbassare il livello del prodotto. Non c’è più quello spirito di avventura e di ricerca che animava il nostro vecchio cinema quando a vedere i film di Pasolini o Visconti ci andavano tutti, dall’operaio all’industriale, ognuno per un motivo diverso.
La cultura in Italia si è incancrenita e non vedo molte possibilità di riscatto, non le vedo neanche in un film come La grande bellezza che magari vincerà anche l’Oscar ma che trovo insincero, come tanti altri film italiani magari meno pretenziosi e meno importanti. La mia visione sul cinema italiano è ormai da molti anni desolante.

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Elisabetta Bartucca

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