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Storia d’Inverno: Un amore senza tempo

Storia d’Inverno: Un amore senza tempo

Per il suo esordio alla regia Akiva Goldsman, sceneggiatore premio Oscar per “A Beautiful Mind”, sceglie una love story tinta di fantasy ambientata tra inizio novecento e giorni nostri sullo sfondo di una New York da cartolina. In sala nel giorno di San Valentino.

2stelle

Sette anni di gestazione, passati tra problemi di ogni natura, da un drastico taglio del budget all’arrivo dell’uragano Sandy durante le riprese. Ma alla fine il regista-sceneggiatore Akiva Goldsman è riuscito a portare a termine quello che definisce il suo progetto più sentito, Storia d’Inverno, tratto dal romanzo omonimo dell’americano Mark Helprin.
E il prodotto che si appresta a uscire nelle sale italiane il prossimo giorno di San Valentino è una love story che riprende tutta la tradizione hollywoodiana mescolandola con gli elementi più classici del cinema di genere fantastico. Ecco allora che la vicenda dei protagonisti, il ladro Peter Lake e la giovane Beverly Penn interpretati da Colin Farrell e dalla Jessica Brown Findlay di Downtown Abbey, si dipana nell’arco di più di un secolo, dal 1985 ai giorni nostri, in un tourbillon di sentimenti, cavalli alati e oscure figure demoniache vestite in giacca nera e bombetta, il tutto sullo sfondo di una New York che sembra racchiusa in un globo di neve.

In termini di realizzazione però Goldsman, tra gli sceneggiatori più illustri dell’industria cinematografica, si ritrova spesso a balbettare, specie quando c’è da lasciare sul tavolo la penna per mettersi dietro la macchina da presa. E così ogni tanto indugia troppo su un primo piano, qualche volta si lascia prendere la mano dalla passione per i suoi monologhi, ma a soffrire di più sono le scene dai toni marcatamente fantasy che forse avrebbero avuto bisogno di una messa in scena più spregiudicata, di un occhio più abituato agli effetti speciali e di una maggiore attenzione in fase di post produzione. Goldsman se la cava decisamente meglio nella parte più romance della pellicola, sfruttando a proprio vantaggio il contributo del direttore della fotografia Caleb Deschanel, della scenografa Naomi Shohan e delle musiche dell’onnipresente Hans Zimmer (che con pochi tocchi riescono a definire quell’aria da fiaba urbana che è la cifra stilistica del romanzo) e valorizzando le doti dei due interpreti principali. In fase di sceneggiatura tutto sommato il regista fa il suo, anche se le difficoltà insite nel ridurre in poco meno di due ore un romanzo di 800 pagine fanno sì che la parte ambientata ai giorni nostri risulti un po’ sacrificata rispetto a quella precedente.

Tra gli attori, oltre ai due protagonisti, si segnalano soprattutto le performance di William Hurt e di una sempreverde Eva Marie Saint che pur con poco spazio riescono a lasciare il segno, mentre i cattivi Russell Crowe e un Will Smith che non compare tra i credit principali si limitano a fare il loro compitino con più (Crowe) o meno (Smith) convinzione.

Marcello Lembo

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