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Monuments Men: l’arte della guerra

Monuments Men: l’arte della guerra

George Clooney riunisce una combriccola di amici e colleghi per portare sul grande schermo la storia della squadra di esperti alleati che avevano il compito di recuperare e restituire le opere d’arte trafugate dai nazisti. Nelle sale il 13 febbraio.

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E’ più importante la vita di un uomo o un’opera d’arte, che della civiltà umana è forse la più alta delle espressioni? E’ per rispondere a questa domanda che George Clooney e il produttore-sceneggiatore Grant Heslov hanno deciso di portare sul grande schermo Monuments Men, adattando il libro omonimo di Robert M. Edsel e Bret Witter che racconta le imprese di un gruppo di esperti incaricato dal comando alleato di recuperare e restituire i capolavori trafugati dai nazisti.

Per questa sua quinta prova dietro l’obiettivo (a tre anni dal politcal drama Le Idi di Marzo) il divo hollywoodiano ha deciso poi di aprire l’agendina e di convocare un gruppo affiatato di amici e colleghi, dal solito Matt Damon al veterano Bill Murray, da John Goodman a Cate Blanchett passando per il francese Jean Dujardin, un tempo protagonista di The Artist. Al cast ricco e famoso Clooney ci aggiunge poi quel tocco un po’ retrò che sembra diventata la sua cifra stilistica. Un pizzico di fratelli Coen, una spruzzata di Spielberg e tanta vecchia Hollywood. Il risultato è un insolito film bellico che predilige il garbo alla voce graffiante e cinica di qualche opera precedente e che alterna i toni del dramma a quelli della commedia, senza mai propriamente eccellere né tantomeno eccedere in nessuno dei due.

Il mix messo insieme da Clooney e Heslov è però leggero e prodotto con cura come un buon vino da tavola (merito anche della fotografia di Phedon Papamichael e delle musiche di Alexandre Desplat), e Monuments Men finisce quindi per compensare almeno in parte una premessa intellettuale un tantino trita affidandosi al talento degli attori e alla piacevolezza di una storia poco conosciuta e poco battuta nella tradizione del film bellico. E così dall’immagine di Hitler che osserva un plastico del suo Fuhrermuseum alla corsa per salvare la Madonna di Bruges di Michelangelo dalla furia distruttrice dei nazisti e dalle aspirazioni predatorie dei russi le quasi due ore di durata passano senza troppo pesare.

Marcello Lembo

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