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I segreti di Osage County: Legami di sangue

I segreti di Osage County: Legami di sangue

Tratto dalla commedia Premio Pulitzer Agosto, foto di famiglia di Tracy Letts, adattata per il grande schermo dallo stesso autore, un film interpretato da un cast di stelle: da Meryl Streep a Julia Roberts, nei ruoli che le hanno portate ad ottenere una nomination all’Oscar. In sala dal 30 gennaio.

I segreti di Osage County è il ritratto funereo del compiacimento nell’autodistruzione di una famiglia americana osservata attraverso due generazioni. La storia fa emergere all’interno di una quotidianità dilaniata, le innumerevoli ragioni oscure, convincenti e verosimili fin dai loro antefatti, del cinismo più estremo, dell’odio covato, mal celato, fra consanguinei, rapporti familiari che s’intrecciano e dipanano nel tempo e nello spazio come rovi di spine. La famiglia è il vaso stracolmo di disgrazie, disillusioni e frustrazioni; solo la disperazione esistenziale strazia costantemente la vita del nido che, originariamente simbolo della vita e dell’amore, diventa unicamente dimora di sofferenza e lacrime. La vicenda familiare, cinica ed impietosa, racconta un passato abietto mentre si specchia nelle derive del presente; scheletri negli armadi e segreti inconfessabili sono i residui penosi di un’antica società patriarcale a confronto con i fallimenti e il dissesto morale delle moderne concezioni familiari.
“Grazie a Dio non prevediamo il futuro o non ci alzeremmo più dal letto”, asserisce una Julia Roberts sofferente e tragicamente urlante.  

Beverly Weston (Sam Shepard), ex poeta alcolizzato, vive con la moglie Violet (Meryl Streep), malata di cancro alla bocca e dipendente da antidepressivi e sonniferi, nella loro vecchia casa di Osage County. Un giorno Beverly scompare misteriosamente da casa e viene ritrovato morto dalla polizia pochi giorni dopo. Il funerale del capo famiglia è l’occasione per riunirne tutti i componenti e per far emergere segreti, odi e menzogne sepolti nel passato.
La principale forza visiva e narrativa della messa in scena cinematografica si configura e si realizza attorno al luogo dell’azione, la casa della famiglia, spazio labirintico raffigurato come il palcoscenico virtuale dei sentimenti, in cui le stanze buie e anguste sono il contraltare fisico dell’anima nera dei protagonisti che, provenienti da un mondo senza luce, ad esso ritornano per continuare a nutrirne l’oscurità.

La casa è il luogo dove i fantasmi, pur distanziati nel tempo, possono continuare a vivere, alimentando il dolore, dove i ricordi sono testimonianza di quei legami di sangue che i protagonisti ormai riconoscono soltanto come identiche cellule di DNA, di cui l’odio e l’egoismo sono l’unico reale denominatore comune.
Al misticismo nero e sepolcrale della casa fanno da sfondo le sconfinate pianure dell’Oklahoma che il regista riprende in campi lunghissimi per mettere in evidenza un orizzonte mai affrontato, mai incontrato dai protagonisti, avviluppati in se stessi e su stessi, la cui fuga dal nido è in realtà solo un ritorno alla ciclica malvagità di nuovi legami familiari, nuovamente amari e solo diversamente fallimentari da quelli che li hanno nutriti e allevati, nell’amarezza di una vita senz’amore.

Peccato che la versione cinematografica della pièce teatrale, nelle mani di colui che dovrebbe dirigerne e orchestrarne i fili, John Wells , non valorizza l’incredibile potenzialità del cast artistico e del dramma umano. La regia, confidando eccessivamente nella forza espressiva del testo e degli attori, finisce per compiacersi girando intorno ai volti e alle interpretazioni dei personaggi, quasi a volerne pedinare le emozioni, ritagliarle invece di scolpirle, marcarle invece di inciderle. Se è vero che una sensibilità registica sottile può, operando in modo invisibile, rendere memorabile la potenza espressiva dei testi e dei personaggi, ne I segreti di Osage County le parole sovrastano la regia. Il luogo della messa in scena diviene esaltazione e naufragio nel vortice della parola, rappresentazione di dialoghi logorroici che annientano ogni piacere visivo e narrativo.
La maggior parte delle scene – in modo particolare quella della cena, descritta in 19 pagine di sceneggiatura – si esaurisce nella declamazione estenuante di discorsi e parole, dove la forza drammatica ed emozionale si esprime e si declina solo nella superiorità quantitativa del testo che non può, attraverso lo schermo, affermare il proprio valore. Le sofferenze dei personaggi rimangono distanti, surreali, comunicando gelidamente, con vezzo letterario o simil teatrale, emozioni stilizzate, senza inscriverle nella memoria visiva, senza riuscire a farne immagine, verità, vita, cinema.

Gisella Rotiroti

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La redazione

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