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Hercules – La leggenda ha inizio: Il crepuscolo dell’eroe

Hercules – La leggenda ha inizio: Il crepuscolo dell’eroe

L’eroe più famoso della mitologia greca torna nei cinema reinterpretato dall’attore modello Kellan Lutz per la regia dello specialista di film d’azione Renny Harlin. In sala dal 30 gennaio.

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La tredicesima fatica di Ercole arriva a qualche millennio di distanza dalle prime dodici e consiste nel tornare al cinema con ben due lungometraggi a stretto giro dopo qualche lustro di assenza dal grande schermo. Il primo a uscire (forse anche per bruciare l’altro, dotato di un budget molto più ricco) è Hercules – La leggenda ha inizio, prodotto dalla Millennium Films della serie The Expendables – I mercenari, e diretto dal finlandese emigrato a Hollywood Renny Harlin. La nuova impresa cinematografica dell’eroe più famoso della mitologia greca prende le mosse da prima della sua nascita, raccontandoci di fatto più la genesi del personaggio che non le sue sfide più celebri.

Ecco allora il giovane Hercules, figlio del dio Zeus e della regina Alcmena, crescere all’ombra di un fratellastro invidioso nella corte del re Anfitrione – per l’occasione trasformato in un cupo e astioso tiranno – che non esiterà a tramarne la morte. E così da figlio ripudiato il protagonista intraprende un percorso che mette un po’ da parte i trascorsi classici e lo trasfigura a poco a poco in uno strano mix tra Spartaco e Robin Hood. Il risultato è che invece di rinverdire i fasti del peplum il film finisce per pagare il dazio a pellicole come 300 o serie tv come Spartacus, vittima com’è di una produzione low cost. E a dimostrare quanto fosse striminzito il budget valga da esempio l’utilizzo minimo e spesso raffazzonato degli effetti digitali (il Leone di Nemea ad esempio risulta particolarmente artificiale, come pure la folla delle arene).

Harlin dal canto suo prova a ritrovare la verve dei primi anni 90, quando grazie a film come Die Hard – 58 minuti per morire, Cliffhanger e Corsari s’era costruito la fama di specialista in film d’azione. Alla fine però non può che limitarsi ad infarcire di rallenty le scene più concitate e di polline quelle più sentimentali, cercando di dare lustro visivo a una sceneggiatura (di Sean Hood e Daniel Giat) poco brillante ma quantomeno ritmata e che ha il merito di non tirarla per le lunghe.
Poco da dire anche sugli interpreti, quasi tutti volti televisivi, che sembra siano stati scelti – il protagonista, l’attore modello Kellan Lutz prima di tutti – più sulla base di criteri lombrosiani che non per il talento. Fisici scolpiti per gli uomini dunque, linee morbide e sensuali per le donne. Gli unici a mettere un filo d’intensità in più sembrano Liam McIntyre, lo Spartacus televisivo qui ridotto al rango del comprimario Sotero, e Roxanne McPhee nel ruolo di Alcmena.

Marcello Lembo

 

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La redazione

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