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Sangue: L’inno alla vita di Pippo Delbono

Sangue: L’inno alla vita di Pippo Delbono

Girato con un telefonino e una fotocamera digitale, “Sangue” racconta la storia di un incontro tra il regista e un ex leader BR, entrambi orfani dei loro rispettivi grandi amori. Tra le macerie dell’Aquila e la malattia di due donne, Delbono presenta la sua riflessione sulla vita.

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Vincitore del Premio Don Chisciotte alla 66° Edizione del Festival di Locarno e della Menzione d’Onore al Doclisboa Festival, Sangue di Pippo Delbono è una pellicola che ha fatto tanto parlare di sè, scatenando forti reazioni soprattutto nel mondo della politica. Al centro del film, infatti, l’incontro tra il regista, uno dei migliori protagonisti del teatro italiano contemporaneo, e Giovanni Senzani, ex leader delle Brigate Rosse autore del sequestro dell’assessore democristiano Ciro Cirillo e del rapimento ed esecuzione di Roberto Peci, fratello di Patrizio, primo brigatista pentito.
Sangue riflette sul valore della vita alla luce di ciò che resta dopo la morte.
Il film si apre e si chiude tra le macerie de L’Aquila, “città orfana” e abbandonata, vittima non solo della forza brutale della natura, ma anche, e soprattutto, dell’indifferenza dell’uomo. Vittima di una politica che ha saputo solo speculare e non è riuscita a dare risposte serie ad una popolazione sofferente. La sofferenza è il fil-rouge che tiene insieme tutto il film: L’Aquila insieme ad Anna, compagna di Senzani, e alla signora Margherita, madre del regista, vivono una sofferenza fisica profonda, che, negli ultimi due casi, porta alla morte. E soffrono anche Delbono e Senzani: orfani dei loro grandi amori, i due protagonisti si ritrovano a riflettere sul valore della vita, su come l’uomo (Senzani) sia capace di uccidere a sangue freddo e brutalmente un’altro uomo (Peci).
L’esecuzione di Peci viene raccontata dallo sguardo freddo di Senzani, che non parla mai rivolgendosi direttamente alla camera o al regista: reggere un altro sguardo mentre ti confessi, rende ancora più pesante quella confessione. Senza falsi moralismi, senza nessuna intenzione di redimere o accusare qualcuno, Delbono ci sbatte in faccia una scomoda verità, riuscendo a trattare magistralmente due tabù: le Brigate Rosse e la morte.
Per girare le scene sono stati usati strumenti piccoli, come lo smartphone e la fotocamera digitale che hanno permesso al regista di dare un taglio crudo ed estremamente reale alle immagini proiettate, riuscendo, contemporaneamente, a catturare tutta la poesia che si nasconde nell’angoscia di quei momenti. Estremamente poetiche sono, infatti, la scena in cui Margherita recita con un filo di voce la preghiera di Sant’Agostino e quella in cui Delbono accarezza le mani immobili della madre giacente nel suo letto d’ospedale.
Un film che non lascia vincere il pessimismo e l’angoscia, anzi: Sangue trasuda vita in ogni fotogramma, ne è intriso, ma la mostra attraverso il suo contrario, la morte, appunto. Con un’unica conclusione: “alla vita non si sfugge nemmeno con la morte”.

Augusto D’Amante

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La redazione

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