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Room 237: ‘La stanza lunare’ di Stanley Kubrick

Room 237: ‘La stanza lunare’ di Stanley Kubrick

Il gioco perverso di Rodney Ascher nel tentativo di decifrare attraverso un documentario il celeberrimo ed ancora irrisolto lavoro del maestro Stanley Kubrick.

4stelleemezzo

Sovrapponete l’ossessione di un cinefilo “fuori dal comune” ad un lavoro che da quasi 35 anni fa parlare di sé per la sua aura irrisoria, ed avrete uno dei documentari più surreali mai visti prima. Risulta assai difficile catalogare con generalità Room 237.  Ciò che traspare da questo documentario è la voglia di “giocare”, e tentare di motivare i vari simbolismi  che compongono un vero e proprio collage “metafisico” nel lavoro più irrisolto della storia del cinema, diretto da uno dei registi più controversi di sempre. Ancora oggi infatti, Shining fa parlare di se, dividendo in maniera accentuata tanto i critici quanto gli spettatori, per il suo essere indecifrabile per la mente comune del singolo. Quello che compie Ascher – avvalendosi anche di alcuni studiosi che ben rappresentano la critica cinematografica post-moderna (ebbene sì, esiste ancora),  che si rivelano essere quasi degli “adepti” del film – ma soprattutto della metrica cinematografica di Kubrick, è un minuzioso computo utile a decodificare l’intero film, soffermandosi su quei dettagli che pur appaiono ma che lo spettatore comune magari non riesce a percepisce o o a vedere. Visionaria e pretenziosa questa scelta di Ascher, ma la totale esorcizzazione nei riguardi di Shining, merita una calorosa esaltazione.
Le interpretazioni che cerca di mostrare attraverso analisi dettagliate ma soprattutto motivate dalla storicità degli eventi, risultano dannatamente geniali, e fanno pensare ad un Ascher “manipolato” dallo stesso Kubrick che lo esorta a mostrare al pubblico ciò che lui voleva comunicare con gli svariati elementi aggiuntivi ma ben nascosti nel film. E’ anche lecito però pensare che questa effusa voglia di Ascher possa essere in qualche modo un’esplicazione anche forzata nei riguardi della figura di Kubrick e del suo più che apprezzabile genio registico.
Ciò che rimane altamente impresso di questo documentario è il fatto di voler far passare Shining come un duraturo messaggio subliminale di Kubrick verso la collettività, allo scopo di sviscerare soprattutto il “tetro” passato che la società contemporanea ha dietro – profondi gli accenni allo sterminio dei nativi d’America e all’Olocausto degli ebrei operato per mano dei nazisti – condannandola in qualche modo ad una sorta di redenzione avvalendosi di quelle simbologie, qui ben motivate e definite.
Di fatti ciò che viene alla luce in maniera accentuata in Room 237 è  la complessità registica di Kubrick nell’intento di compiere vere e proprie denunce sociali utili a far meditare lo spettatore. I riferimenti che effettua avvalendosi di elementi qui finalmente chiari ma finora tenuti “celati” rappresentano la miglior dimostrazione di questa sollecitudine. Altra “rivelazione” affascinante che Ascher mostra nel documentario, è quella che vedrebbe Kubrick coinvolto nel presunto finto sbarco dell’uomo sulla luna.  Shining  infatti costituirebbe la “confessione” dello stesso regista di avere girato in studio, commissionato dal governo americano, l’allunaggio dell’Apollo 11 nel 1969.  Ciò che avvalora di più il tutto è la tesi sul quale la stanza 237 – ribattezzata come “Moon Room” ossia “Stanza lunare” – del film sarebbe quel teatro di posa in cui si sarebbe consumata la “storica” mistificazione. C’è da dire che Room 237 è un documentario imponente, che vaga fra ciò che può essere interpretata come verità proibita o come semplice esagerazione “massonica” da parte di un gruppo di appassionati  adoratori del mito di Kubrick. Ciò che si denota è il pretesto di utilizzare uno dei film più difficili da interpretare, per poter analizzare a 360° l’immaginario freudiano e da sempre “proibitivo” di Stanley Kubrick, raffigurato nel documentario come una vera e propria divinità. Un vero e proprio “labirinto” mentale quello di Ascher, attenzione a non rimanerne perduti.

Alessio Giuffrida

 

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