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La realtà disconnessa di Henry Alex Rubin

La realtà disconnessa di Henry Alex Rubin

Un passato da documentarista che nel 2005 con Murderball lo portò a conquistare una nomination agli Oscar, ed ora il debutto in un lungometraggio di finzione, Disconnect.
Henry Alex Rubin scatta un’istantanea su un mondo in cui le relazioni umane hanno lasciato il posto a quelle illusorie dettate dalle nuove frontiere della comunicazione. Il risultato? Una disconnessione, come fa intuire il titolo, uno scollamento dal reale e dagli altri.

Disconnect fotografa una società quasi lobotomizzata dai nuovi social media, uomini disconnessi tra loro e dalla realtà circostante. Qual è stato il percorso del film? Quando è nata l’idea?

Lo sceneggiatore Andrew Stern era a cena con cinque amici e si è accorto che nessuno si parlava, ognuno era impegnato al proprio cellulare. Da qui è nata l’idea del film su un fenomeno in continua espansione, che vediamo sempre più e che rimane ancora senza nome, pur essendo ormai conosciuto da tutti.

Il finale sembra un po’ troppo consolatorio…
Non sono d’accordo, credo piuttosto che sia un mix di speranza e tragedia, bellezza e tristezza così come succede nella vita reale. Odio quel modo di fare dei film americani di dare risposte facili, perche questo non corrisponde alla realtà. La cosa importante del finale è che ti fa pensare e ti rimane dentro, dimentichiamo la maggior parte dei film non appena finiamo di vederli, un po’ come il cibo spazzatura, quindi la mia grande speranza è che questo film possa rimanervi dentro più di quanto non succeda normalmente.

Il titolo suggerisce una disconnessione tra la persone, rese dai nuovi media così vicine e allo stesso tempo così lontane.
Il termine ha due accezioni: è sia un verbo, sia un sostantivo. Non cerco di dire assolutamente niente, ho solo provato a fare un film con la massima onestà, autenticità e verità possibili. Ho cercato di esplorare il modo in cui oggi comunichiamo, che negli ultimi dieci anni è cambiato tantissimo rispetto al passato e nel quale la nostra attenzione è sempre divisa.
Il fatto di poter essere raggiunti sempre e comunque così facilmente può essere utile come anche non esserlo, il film era solo un tentativo di esplorare tutto questo ma non di esprimere giudizi.

Disconnect analizza gli effetti negativi di internet, ma in alcuni punti sembra che la comunicazione in rete possa essere l’unica fonte di consolazione…
Potremmo eliminare internet e la tecnologia, ma potremmo comunque continuare a raccontare queste storie, perché sono storie di persone e del loro bisogno di base di sentirsi in contatto con gli altri. L’unica forma di cura alla solitudine è la vicinanza e il contatto che riusciamo a stabilire con gli altri, perché siamo una razza sociale e abbiamo bisogno di relazioni sociali. La magia di internet è che ti può curare dalla solitudine, ma il rovescio della medaglia è che può anche allontanarti dalle persone che ti stanno accanto. Il film analizza questa contraddizione.

Come mai non ha esplorato l’aspetto più narcisistico dei social network?
Ci sono altri film che indagano questo aspetto o il bisogno di avere dei seguaci, come The Master che per me è un capolavoro. Il film è quello che vedo attorno a me, cerco di lavorare sempre a stretto contatto con gli attori per assicurarmi che tutto quello che rappresentiamo sullo schermo risulti vero, che ci sia verità nei film come nei documentari. I documentari possono essere spesso una forma di propaganda, ma nella maggior parte dei casi sono spezzoni di vita, parti di vita, osservazione diretta della realtà. Questo è l’approccio che ho usato in questo film, quello di origliare la vita; mi sono limitato a constatare che oggi abbiamo tali e tanti modi di comunicare e una tecnologia che ancora non sappiamo definire né usare.

Che tipo di ricerche avete fatto? Le storie si ispirano a fatti di cronaca reali?
Il mio metodo di lavoro è stato documentaristico, infatti è con questo approccio che ho scritto la sceneggiatura. Sono un regista di documentari e non di fiction, quindi per me è stata grandissima esperienza lavorare con attori per la prima volta. Per ogni storia raccontata c’è stata una ricerca approfondita e ad ogni attore ho dato la possibilità di farsi affiancare da una persona realmente protagonista della storia che poi l’attore avrebbe dovuto portare sulla scena. Alcuni attori hanno scelto di accettare questa opzione come Frank Grillo, altri no. Anche la tecnica usata, come il grandangolo, per cui gli attori spesso non sapevano se erano ripresi, è servita a incrementare la realtà della scena.

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Elisabetta Bartucca

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