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Il capitale umano: i ‘mostri’ di Paolo Virzì

Il capitale umano: i ‘mostri’ di Paolo Virzì

Il livore di certa umanità, un campione dell’Italietta dei furbetti del quartierino, una sfilata di ‘nuovi mostri’, un capitale umano ridotto agli algoritmi delle agenzie assicurative. Paolo Virzì vira al thriller familiare e con “Il capitale umano” lascia per la prima volta il registro comico affidandosi ai toni noir di un romanzo appassionato, quello omonimo di Stephen Amidon da cui è tratto il film.
Il Connecticut di Amidon diventa così la provincia brianzola inquieta e misteriosa, straniante e ricca, popolata da una livida galleria di personaggi del nostro oggi: opulenti a una prima occhiata, disperati nel profondo. In sala dal 9 gennaio.

In una delle battute finali, “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto”, si fa riferimento alla complessa situazione del nostro paese. E’ una materia nuova per te: come è andata?
Paolo Virzi: Il romanzo da cui è stato tratto il film era molto conteso in America, noi lo abbiamo portato dal Connecticut alla Brianza. E per questo ringrazio Rai Cinema che ha creduto nel progetto fino alla fine dopo la fuga di Medusa.
Ci sono delle atmosfere speciali in questo film e le musiche di Carlo hanno contribuito a renderlo ancora più speciale e misterioso basandosi su una rielaborazione successiva del racconto.
Volevo far emergere alcune tematiche sul nostro paese senza proclami; mi piaceva l’idea di affidare tutto semplicemente a un racconto lontano dall’enfasi della narrazione apocalittica, e vicino invece ai toni del romanzo appassionato. “Il capitale umano” è un thriller, una galleria di personaggi che attraverso una ricostruzione da puzzle, racconta l’occasione per indagare su cosa ci sia dietro questa gente, i loro sogni, le illusioni e la loro infelicità.
Emergono così alcune considerazioni su cosa siano stati la speranza di facili arricchimenti attraverso i giochi della finanza, l’accanimento agonistico e competitivo nel rapporto con i più giovani e mi piaceva che tutto questo emergesse dal racconto naturalmente.

E il tuo cast?
P. V.: Un grazie va anche agli attori de “Il capitale umano”, tutti fuoriclasse: grazie al coraggio e alla spudoratezza di Fabrizio Bentivoglio per aver avuto la capacità di mettersi in gioco e diventare un essere schifoso; grazie a Valeria Golino, l’unico personaggio adulto e giudizioso del film; e a Valeria Bruni Tedeschi e Lo Cascio per aver saputo dare credibilità e serietà ad alcuni momenti del film come la scena in cui si scompongono davanti al film di Carmelo Bene.

Stilisticamente e tematicamente sei molto lontano dai tuoi inizi. Siamo davanti ad una svolta?
P. V.: È un po’ un film all’ Americana, ci siamo divertiti molto a padroneggiare al meglio il linguaggio cinematografico. Cercavamo un tono diverso dal solito, forse ho guardato a un tipo di cinema che veniva da un altrove, non solo dall’America. Lo definirei un film ‘meticcio’: il motivo ispiratore è il romanzo americano di un narratore moderno con uno sguardo sociale e una finezza psicologica, è ambientato in un paesaggio esotico come la Brianza, un luogo minaccioso, ricco e spaventoso allo stesso tempo e ha dentro lo humour nero di certi cineasti, Chabrol ad esempio. Tutto ha un’aurea misteriosa, il tono da allarme nello spettatore è anche il campanello d’allarme sul nostro tempo

Dopo tanta commedia sembra che tu abbia virato verso “I Mostri” di Dino Risi.
P. V.: Non ho mai pensato di fare l’erede di Risi. Stiamo cercando di guardare al cinema del futuro, in questi anni ci siamo nutriti di sguardi che hanno ‘sporcato’ il genuino legame con quella stagione cinematografica.

Dove avete inventato i vostri personaggi? Sono i ‘nuovi mostri’…
Valeria Bruni Tedeschi: Ho cercato di guardare quella persona, di vedere i suoi sogni, la sua solitudine, le sue azioni e come tutto questo entri in conflitto: cerco sempre di trovare la guerra interiore di un personaggio. Mi lascio sorprendere da me stessa e da quello che succede, Carla mi toccava soprattutto per la sua grande solitudine, per i sogni su cui aveva messo un coperchio sopra: lo trovo commovente perché è una sensazione che conosco come anche la sua crudeltà, perché siamo crudeli quando ci sentiamo annegare. Ho portato il personaggio a me e alle cose che mi toccano.
Ma lo sguardo di Paolo è stato essenziale: mi ha fatto sentire bella, mi sentivo bella quando lui mi guardava e questo mi succede molto raramente.

Valeria Golino: Ho cercato di dare credibilità a un rapporto con uomo così orribile come il personaggio interpretato da Fabrizio. Lei è una donna coerente, giudiziosa, buona, aperta e con una personalità e dovevo sforzarmi in poche scene di trovare il bene tra loro: dove si sono voluti bene? se ne sono voluti e non se ne vogliono più?
La mia missione era scovare un legame tra due persone che altrimenti non avrebbero avuto niente da dirsi.
I miei giochi erano questi: cercare il modo per trasformare un rapporto all’inizio straniante, in una relazione abitudinaria e materna.
Fabrizio Bentivoglio: Dino Ossola non ha letto “Il capitale umano” e non sa quindi di essere un mostro. Ma se c’è un capitale umano, ci sarà anche un capitale disumano e la facilità con cui spesso si supera questo confine è quasi naturale; il mio personaggio pensa di fare tutto a fin di bene, non percepisce la sua mostruosità, lo abbiamo costruito facendo in modo che avesse sempre qualcosa fuori misura (nel vestire, nei gesti), doveva essere un personaggio smisuratamente normale.
Chiamarlo mostro serve ad allontanarlo da noi, a non volere capire quanto sia facile e quanto ci si sia appiccicata addosso la naturalezza nel superare il limite tra umano e disumano. Ed è una facilità da sorvegliare.

Fabrizio Gifuni: Raramente il cinema mi aveva chiesto di mettere in campo tutta una parte su cui lavoro invece molto a teatro, quella più livida, scura e sporca.
Paolo non lavora mai con un colore solo, già in fase di scrittura su ogni personaggio c’era una complessità su cui ognuno di noi poteva lavorare, e sulla quale ognuno poi ha potuto mettere un pizzico di violenza in più. In questo caso quella che viene dalla disperazione di chi è abituato a controllare tutto, a manipolare numeri e a essere un mago della finanza tossica. Tra tutti è l’unico però a portarsi addosso il peso di questo lavoro, di questa baracca di lusso; la sua disperazione è fatta anche di questo, della caparbietà di portare avanti questo lavoro che lui non considera assolutamente sporco.
È un piccolo campione di umanità che ha invaso il mondo e con cui dobbiamo fare i conti.

Lo Cascio: Ho lavorato tanto per somigliare a questo personaggio, non avendo grande sviluppo all’interno della storia mi sono chiesto: “Ma perché piace a questa donna? Perché sono il suo oggetto del desiderio?” La risposta sta tutta  nella scena in cui siamo davanti a un film di Carmelo Bene, il motivo per cui piaccio a questa donna avviene fuori campo, ero solo un capriccio. Alla fine mi sgretolo, scompaio e abbandono il film, perché sono solo uno strumento per far credere a Carla di poter entrare in contatto con la cultura. Le intersezioni tra cultura e potere economico sono sghembi.

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Elisabetta Bartucca

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