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Disconnect: Allarme web

Disconnect: Allarme web

Il debutto del documentarista Henry Alex Rubin lancia l’allarme social media, con un racconto che porta alle conseguenze estreme gli effetti negativi di un uso distorto della comunicazione in rete.

3stelle

Fagocitati da un luogo e da un tempo internauta, disconnessi, scollati dalla realtà. Sono gli uomini e le donne ai tempi dei social network, almeno nella fotografia scattata da Henry Alex Rubin in Disconnect, primo lungometraggio di finzione per il regista di documentari che nel 2005 con Murderball conquistò una nomination agli Oscar.
Non lascia speranze Rubin, almeno così fa credere fin quasi alla fine del film: in un mondo in cui le relazioni umane hanno lasciato il posto a quelle illusorie dettate dalle nuove frontiere della comunicazione il risultato non può che essere una disconnessione, uno scollamento dal reale e gli uni dagli altri. Dopo invasioni aliene, armate rosse e catastrofici cambiamenti climatici il nuovo allarme adesso arriva dal web; il nemico ha il volto di quel bulimico flusso di dati e informazioni che l’era del social media ci ha scaraventato addosso.
Disconnect esplora gli effetti negativi che un uso distorto della rete può generare, senza tralasciarne il grande potere consolatorio, perché a volte il conforto arriva anche da un nickname senza volto. Il regista indugia sulle contraddizioni di un universo ancora senza regole, le esplora spiando le vite parallele di molteplici personaggi scandite dal bip di una chat online, da un corpo esibito in webcam, dal tocco delle dita su un iPad. Il tutto a scapito di un contattato umano vero, genuino e immediato, qui ed ora.
I protagonisti di Disconnect fanno i conti con la solitudine, non si parlano, non si guardano negli occhi, non comunicano se non attraverso un iPhone, lo schermo di un Pc, o il rassicurante simbolismo di un emoticon. Rubin li insegue tra grandangoli e primi piani, e le loro vite scorrono parallele fino all’inevitabile punto di incontro, l’esplosione finale, la resa dei conti. Peccato per una conclusione davvero troppo consolatoria.

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Elisabetta Bartucca

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