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C’era una volta a New York: Il melò di James Gray

C’era una volta a New York: Il melò di James Gray

Ambientato nella New York degli anni Venti, l’ultima pellicola di James Gray affascina, ma non convince. Il regista ci regala un melò lineare ed elegante grazie alla superba fotografia. In sala dal 9 gennaio.

3stelle

Dopo aver partecipato in concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes, arriva sui gradi schermi italiani l’ultima opera di James Gray, C’era una volta a New York, melò che vede come protagonisti Marion Cotillard, Joaquin Phoenix e Jeremy Renner.
Ambientato nella New York degli anni Venti, tra le navi che trasportano migranti dall’Europa, locali che offrono spettacoli a contenuto erotico e le bettole della città, C’era una volta a New York (pessima traduzione dell’originale The Immigrant) ruota tutto intorno al sempreverde tema del triangolo amoroso.
Ewa (una superba Marion Cotillard, Premio Oscar per aver interpretato Edith Piaf in La vie en Rose) è una giovane donna che ha lasciato con la sorella la sua terra natia, la Polonia. Sbarcata ad Ellis Island, l’isola in cui approdavano le navi provenienti dall’Europa e luogo che apre e chiude il film, Ewa viene separata dalla sorella e le viene negata la possibilità di raggiungere New York. Qui però incontra Bruno (Joaquin Phoenix) che si offre di aiutarla. Ma l’aiuto di Bruno ha un prezzo: ben presto il sogno americano di Ewa si trasforma in un incubo, tra spettacoli di burlesque d’avanguardia, prostituzione e violenza. A rendere le cose ancora più complicate è l’arrivo di Orlando (Jeremy Renner), cugino di Bruno e illusionista. Il rapporto tra i tre si complica notevolmente: Ewa fa breccia nel cuore dei due uomini che si ritroveranno così ad affrontare fantasmi del passato guidati dalla loro folle gelosia.

Gray non racconta nulla di nuovo, ma è interessante notare come l’attenzione del regista cambi il suo fulcro nel corso del film. In un primo momento, infatti, tutto si concentra sul personaggio di Ewa che, con il passare del tempo, risulta agli occhi di chi lo osserva, un personaggio fin troppo antipatico. E proprio quando l’antipatia nei confronti di Ewa sta per raggiungere il suo punto massimo, ecco che il regista sposta tutta la sua (e nostra) attenzione sul personaggio di Bruno e ci racconta il processo di redenzione di un uomo dalle dubbie qualità morali.
Punto forte del film è la fotografia di Darius Khondji: sembra di vedere animate tutte quelle fotografie di migranti che popolano da sempre i libri di storia o qualche documentario. Lineare ed essenziale, elegante e raffinato, C’era una volta a New York non è un film che vuole stupire e infatti lascia poco spazio all’immaginazione di chi lo guarda, guidando lo spettatore su binari che sembrano procedere dritti e che, invece, disegnano una circonferenza perfetta, tanto da far chiudere il film allo stesso modo in cui si è aperto.

Augusto D’Amante

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