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Capitan Harlock: Un pirata made in japan

Capitan Harlock: Un pirata made in japan

Arriva anche in Italia l’avventura del pirata più famoso dei cartoni animati, che tra 3d e computer graphic si è conquistata un fan d’eccezione come James Cameron. In sala dall’1 gennaio.

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È tornato il “pirata tutto nero che per casa ha solo il ciel” e anche questa volta, come recitava la storica sigla, “ha trasformato in astronave il suo velier”. Solo che in questa nuova incarnazione cinematografica ad aiutarlo nella trasformazione non sono più le splendide matite di Leiji Matsumoto ma le tecniche più moderne della computer graphic. Stiamo parlando del Capitan Harlock, che a 37 anni dalla prima apparizione a fumetti e a 35 da quella televisiva, si presenta nelle vesti di star del cinema con tanto di presentazione allo scorso festival di Venezia.
Il film in questione – intitolato appunto “Capitan Harlock”, in sala dall’1 gennaio – è diretto dal concept artist giapponese Shinji Aramaki ed è prodotto dalla Toei Animation, uno dei grandi colossi dell’animazione del sol levante, che per questa traduzione cinematografica ha messo sul piatto un budget da 30 milioni di dollari, un record per l’industria giapponese, una bazzecola se si pensa ai 100 milioni spesi regolarmente dai giganti occidentali come Pixar e Disney.
Quello che più colpisce di questo film (definito da James Cameron “epico e visivamente senza precedenti”) è l’approccio iperrealistico all’animazione. Se anche Hollywood ha saputo creare dei gioielli ultratecnologici è  vero però che i personaggi dal tratto caricaturale visti in Wall-e o Up, pur nel loro splendore, non rendono  piena giustizia alle potenzialità del mezzo. Non è il caso invece di Harlock dove, per capire che non ci troviamo di fronte a un film in live action, dobbiamo aspettare una trentina di secondi quando, cioè, appaiono i primi personaggi umani. Perché, almeno nel disegno di questi ultimi – realizzato dal designer Yutaka Minowa – si è preferito omaggiare il maestro Matsumoto. Ecco allora che sopra alle espressioni raccolte da un sistema motion capture vediamo capitani pirata e aspiranti tali con i classici ciuffi che coprono gli occhi, filibustieri grassocci e dagli occhiali tondeggianti e donne, aliene e non, dal fisico esile e a tratti etereo.
E tutta questa umanità disegnata in stile manga si muove in un mondo decadente che predilige architetture gotiche e astronavi in perenne penombra. Un palcoscenico perfetto per le imprese di un manipolo di eroi romantici, nel senso più letterario, che si muovono tra arrembaggi e battaglie navali, tradimenti e misteri, impugnando pistole modellate a forma di fioretto.
Da tutto questo sfarzo emerge però una storia forse non all’altezza. La sceneggiatura punta sulla figura di un antieroe, un rivoluzionario che cerca di smantellare un ordine stagnante e precostuito ma ha la colpa di alternare passaggi da cartoon che al cinema sembrano irrimediabilmente ingenui (i personaggi che urlano il nome dell’arma che stanno per utilizzare, ad esempio), a discorsi filosofeggianti e un po’ verbosi senza troppo capo né troppa coda. E nel frattempo anche momenti importanti della trama (come i flashback sul passato del giovane Yama) scorrono via con meno pathos di quanto non meriterebbero. La sensazione è che gli sceneggiatori, Marutoshi Fukui e Kiyoto Takeuchi, fossero indecisi se rivolgersi a un pubblico di nuovi spettatori, presumibilmente ragazzini, o di vecchi fan. Finendo per commettere un gravissimo passo falso, quello di cadere nel mezzo.

Marcello Lembo

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