LOGO
,

Valerio Di Benedetto: dal web al grande schermo con Spaghetti Story

Valerio Di Benedetto: dal web al grande schermo con Spaghetti Story

In sala dal 19 dicembre, Spaghetti Story, pellicola indipendente del giovane regista Ciro De Caro, segna il debutto al cinema di Valerio Di Benedetto, giovane attore romano molto promettente. Dopo tanto teatro e la partecipazione a progetti di successo, come la web series The Pills, Valerio veste i panni di un suo omonimo e ci racconta le difficoltà che un trentenne italiano incontra per inseguire i propri sogni.

Con Ciro De Caro hai già lavorato per il cortometraggio “Salame Milanese” e si nota una certa continuità tra il protagonista di quel corto e quello di “Spaghetti Story”. I due personaggi sono uno l’evoluzione dell’altro?
Esatto, secondo me il Valerio in “Spaghetti Story” è un’evoluzione del personaggio di “Salame Milanese”. Il Valerio del corto è un personaggio totalitario: per lui o è tutto bianco o è tutto nero, non ci sono sfumature intermedie, è molto incazzato nei confronti di questa società, ha la stessa macchina del protagonista di “Spaghetti Story”, si chiama allo stesso modo e anche lui fa dei lavori improvvisati (aggiusta moto, fa il pony express). Ma nella vita cosa vuole fare? Chi è? Vuole fare l’attore e quelli sono dei lavori saltuari che fa per tirare a campare. Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono accorto che il Valerio di “Spaghetti Story” era proprio l’evoluzione del protagonista di “Salame Milanese”. L’ho approcciato in questo modo. Il primo però, è un po’ più rassegnato: vive i provini come se fossero l’unico treno che può salvarlo dalla sua situazione. E per me questo è proprio un ritratto chiaro della società attuale, nella quale ogni occasione di lavoro che si presenta è da sfruttare. I sogni, secondo me, sono un pretesto per andare avanti nella vita e quello che più conta è il rapporto umano.

Anche nel tuo quotidiano è presente il concetto per cui ‘o è tutto bianco o è tutto nero’?
Secondo me è una sorta di chiusura mentale data da una forma di egocentrismo, da una concentrazione così forte su se stessi da non rendersi conto che, magari, il mondo ruota con delle dinamiche diverse. È anche una sfida, un cambiamento che prima di tutto mi arricchisce. Valerio nel film fa questo cambiamento: in ballo c’è una persona da salvare, un rapporto da salvare. Valerio capisce che deve smussare per avere una sua evoluzione personale. Nella mia quotidianità il “è solo bianco o è solo nero” non esiste: è esistito a lungo, poi ho capito che ci sono tanti colori, che vanno dal bianco sporco al nero pece, al grigio, blu, giallo e rosso. Soprattutto il giallo-rosso. Altrimenti stai fermo. Se non avessi smussato le aspettative che avevo su me stesso, oggi vivrei tutto in maniera decisamente peggiore.

 “Spaghetti Story” ha un finale aperto a varie interpretazioni. Tu come lo interpreti?
In qualche modo ha lo scopo di non offrire al pubblico qualcosa di già visto. È come chiedersi se sappiamo cosa faremo da qui a tre anni. Io non so cosa farò. Ho delle idee, mi piacerebbe raggiungere determinati obiettivi, ma tecnicamente non so se sarà possibile. Dare un finale certo al film, lo avrebbe snaturato, avrebbe smontato tutto l’iter per cui questi personaggi si sono posti tanti interrogativi. E non avrebbe avuto senso mettere un bel punto, alla fine. Poi è bello che ognuno veda il suo di finale: i personaggi sono così veri, che le loro storie ci possono ricordare fatti accaduti anche a noi stessi. Un finale così aperto era la cosa più coerente che si potesse fare.

Com’è stato il rapporto con gli altri membri del cast durante i pochi giorni di riprese?
Eravamo veramente un blocco di granito ed è quella la forza del film. Nel Buddhismo c’è un concetto che si chiama “itai doshin”, che sta per “diversi corpi, stessa mente”, e si ha quando un gruppo di persone collabora per un determinato obiettivo. E questa cosa io l’ho trovata in “Spaghetti Story”: tutta quell’interazione tra i personaggi non nasce da frequenti prove che abbiamo fatto, ad esempio io e Cristian (Di Sante, ndr) ci siamo incontrati solo due volte prima di andare sul set. Abbiamo studiato i ruoli in maniera molto approfondita e abbiamo costruito una gabbia nella quale abbiamo racchiuso i nostri personaggi. Eravamo talmente liberi di muoverci in quella gabbia ben costruita, che siamo riusciti quasi a rasentare l’improvvisazione.

Quali progetti hai per il tuo futuro di attore e che augurio vorresti fare a “Spaghetti Story”?
In primavera torno al cinema con un piccolo ruolo nell’opera prima di Gabriele Pignotta, “Ti sposo, ma non troppo”. Continuo a partecipare ad alcuni cortometraggi e ci sono varie idee, molto interessanti, per il teatro. L’augurio che faccio a “Spaghetti Story” è che sia un esempio per far ripartire tutti i giovani geni che abbiamo in Italia, soprattutto per come è stato fatto questo film. Le idee ci sono e spesso anche le competenze sono molto alte. Mi piacerebbe che sia uno spunto per dire: “Ok, ce l’hanno fatta loro, lo possiamo fare anche noi. Sono riusciti a fare un film e ad avere dei riconoscimenti partendo da zero”.

Augusto D’Amante

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top