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Dietro i candelabri: Parabola di un amore

Dietro i candelabri: Parabola di un amore

Nelle sale dal 5 dicembre la storia d’amore tra Liberace, pianista swing e personaggio tv, e il suo chaffeur in un film diretto da Steven Soderbergh interpretato da Michael Douglas e Matt Damon.

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Dietro i candelabri si nasconde il volto di una star, un volto che si trasfigura in maschera. Il volto e la maschera sono quelle di Liberace, pianista swing, attore, personaggio tv e icona pop americana qui al centro dell’ultima fatica di Steven Soderbergh, Dietro i candelabri appunto.

E questo biopic del musicista di origine italo-polacca arriva a quasi dieci anni dal suo concepimento dopo una storia travagliata e non poche porte sbattute in faccia, tanto che Soderbergh è riuscito a realizzarlo solo grazie all’ambizione e allo spirito imprenditoriale dei dirigenti della Hbo, canale via cavo americano che ha messo sul piatto circa 23 milioni di dollari per una delle produzioni più sontuose che un film tv possa vantare. Sì, perché “Behind the Candelabra” nasce come prodotto televisivo nonostante nei titoli di coda figuri un ensemble di grandi nomi, da Soderbergh allo sceneggiatore Richard LaGravenese, da Michael Douglas a Matt Damon, da Dan Aykroyd fino a un quasi irriconoscibile Rob Lowe. E forti di queste circostanze non è un caso che per la distribuzione all’estero si sia scelto di puntare sulle sale cinematografiche.

Premesso questo “Dietro i candelabri” trae spunto dalla biografia di Scott Thorson (interpretato da Damon), chaffeur e amante di Liberace e racconta la parabola del loro amore a partire dal 1977, data del primo incontro, fino al 1986, anno della morte del musicista stroncato dall’Aids. Come ogni film biografico il racconto procede a spezzoni ed episodi, ognuno dei quali contribuisce alla costruzione narrativa di un protagonista molto sfaccettato. Edonista e sfarzoso, oggi sarebbe subito individuato come un’icona gay eppure Liberace nascose fino all’ultimo il suo orientamento sessuale raccontando i suoi amori per le donne in varie interviste e facendo causa a chiunque osasse insinuare una sua omosessualità. L’interpretazione di Douglas, che ruba la scena a un convincente Damon, all’inizio sembra quasi rifugiarsi nel macchiettismo ma, assecondando la sceneggiatura, riesce a poco a poco a trasmettere l’inquietudine e la solitudine di una star nascosta sotto una maschera disegnata da parrucchini e bisturi.
Ecco allora che il ritratto si amplia raccontando l’ossessione di Liberace per il cattolicesimo, per l’idea di famiglia e il rapporto a tratti tenero, a tratti malato, con Thorson fino a mostrarci una simbolica assunzione in cielo.
La regia, dal canto suo, non si fa irretire dal piccolo schermo e non cade nel tranello della sufficienza. Punta tutto sugli attori, sulle scenografie, sulle luci soffuse, sulla costruzione dell’immagine (dalla coreografia degli spettacoli fino alla sequenza di pianoforti in miniatura dei titoli di coda). E ovviamente sulle musiche. Una nota di merito – purtroppo post mortem – va infatti al compositore Marvin Hamlisch che ha adattato per il film le musiche dello stesso Liberace.

Marcello Lembo

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