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Lunchbox: Amore tra spezie e lettere

Lunchbox: Amore tra spezie e lettere

Debutto al lungometraggio per il regista indiano Ritesh Batra: una storia d’amore mai banale che regala magici momenti di evasione dalla grigia realtà quotidiana.

4stelle

Vincitore del Premio del Pubblico al Festival di Cannes e presentato in questi giorni al Torino Film Festival, Lunchbox (in sala dal 28 novembre) segna il debutto alla regia di un lungometraggio dell’ indiano Ritesh Batra. Lontano anni luce dagli schemi della grande Bollywood, la pellicola di Batra ha un’anima tutta sua e, allo stesso tempo, è ben radicata nella realtà che vuole raccontare: quella della grande metropoli indiana, con il suo ritmo frenetico e le tante persone che la popolano.
Tre sono gli espedienti sui quali ruota il film. Il primo è rappresentato dai mezzi di trasporto: non a caso, infatti, il film si apre con l’inquadratura di una stazione di Mumbai, dove due treni, uno che entra e l’altro che esce, si incrociano tra loro con i loro carichi di pendolari. Su uno di questi treni si svolge la vita di uno dei protagonisti del film, Saajan. Il secondo espediente è quello di una tradizione centenaria di Mumbai: i “dabbawallahs”, lettaralmente “trasportatori di portapranzo”. Dalla fine dell’Ottocento, infatti, a Mumbai ogni giorno centinaia di dabbawallahs consegnano milioni di portapranzo, in modo che impiegati e studenti possano mangiare il cibo preparato senza alcun rischio di contaminazioni, sia igieniche sia di casta. Un sistema che è rimasto immutato nel tempo e che è stato anche oggetto di uno studio a Harvard. Terzo elemento è la comunicazione, ma non quella della messaggistica istantanea o delle e-mail a cui siamo abituati. Bensì quella genuina e romantica della lettera, dello scambio epistolare tra due persone che finiscono per avvicinarsi sempre più.
Da un errore di consegna di un portapranzo, nasce un legame che tende ad approfondirsi sempre più tra il burbero Saajan, contabile che sta per andare in pensione, interpretato da un volto noto del cinema indiano e non solo, Irrfan Khan (The Millionaire, The Amazing Spider Man), e la casalinga frustrata Ila, la bellissima Nimrat Kaur, stella del teatro indiano. Prigionieri entrambi della loro vita (il primo fa i conti con la morte della moglie e con l’età che avanza, la seconda con il marito che la tradisce), i due iniziano a scriversi, e le loro giornate iniziano ad avere un senso solo nell’attesa dell’arrivo del dabbawallah, che consegna loro la gavetta in cui nascondono le rispettive lettere.
La magia di Lunchbox sta nel raccontare questa storia senza renderla eccessivamente sdolcinata o banale attraverso un punto di vista molto particolare: quello del portapranzo. Infatti l’andirivieni di questo oggetto, talmente radicato nella quotidianità da passare inosservato, diventa il centro dal quale parte l’evoluzione del rapporto tra i due personaggi e permette alla storia di procedere con un ritmo pacato e gentile, quasi, senza mai, come detto, scadere nello scontato. Alternando poi i punti di vista dei due protagonisti, il regista riesce a rendere ancora meglio la caratteristica propria dello scambio epistolare: l’attesa della risposta.
Batra realizza una pellicola davvero unica, che riesce ad entrare nel cuore dello spettatore, riscaldandolo proprio come fanno le spezie che Ila usa per preparare i suoi manicaretti. Lunchbox colpisce per la sua semplicità e per la capacità davvero lodevole di parlare a tutti con il cuore, raccontando una storia intensa nella quale perdersi, così da evadere dalla realtà grigia e monotona del quotidiano. Proprio come fanno i due protagonisti.

Augusto D’Amante

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