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C’era una volta un’estate: l’esordio di Jim Rash e Fat Naxon

C’era una volta un’estate: l’esordio di Jim Rash e Fat Naxon

Arriva dal cinema statunitense un altro piccolo gioiello dell’indie movie: un coming of age che segna il debutto alla regia degli sceneggiatori premi Oscar di Paradiso amaro, Nat Faxon e Jim Rash, ma C’era una volta un’estate, in sala dal 28 novembre, ha radici molto lontane. La storia del quattordicenne Duncan (Liam James) costretto a trascorre le vacanze estive con sua madre Pam (Toni Colette) e il suo irritante compagno Trent (Steve Carell), trovando conforto nell’amicizia inaspettata con il gestore di un parco acquatico Owen (Sam Rockwell), risale a otto anni fa quando prima che il successo di Paradiso amaro li travolgesse, Jim e Nat iniziarono a realizzare la loro prima sceneggiatura insieme…

Avete scritto questa storia perché fosse diretta da voi?
Nat Faxon: No, assolutamente. La sceneggiatura fu scritta otto anni fa, la prima mai realizzata insieme; la speranza era che qualcuno volesse dirigerla, ma non avevamo alcuna intenzione di farlo noi. Poi, come spesso accade con le piccole produzioni, è cominciata l’altalena di ‘si fa’ e ‘non si fa’, un’alternanza di decisioni finché sei anni dopo aver ascoltato diverse persone che ci raccontavano come avrebbero realizzato il film e chi avrebbero scelto, abbiamo deciso di provarci noi stessi sfruttando l’onda del successo di “Paradiso amaro”.

Perché ci è voluto così tanto prima di poterlo realizzare?

N. F.: Nello stesso periodo fu proposto anche “Adventurland”; la nostra sceneggiatura era stata scritta prima del film di Greg Mottola, ma alla fine fu deciso di realizzare “Adventurland” che poi uscì al cinema. È stato uno degli ostacoli alla realizzazione del film, perché sono state colte delle  similitudini nei temi e negli ambienti e questo ci ha costretto ad aspettare. Il nostro film però è molto diverso da “Adventurland”, la diversità principale è nel rapporto tra madre e figlio; Hollywood tende a spaventarsi molto velocemente quando coglie delle analogie.

L’idea di far interpretare a Steve Carell un personaggio così sgradevole e insolito per lui, era presente sin dall’inizio?
J. R.: Volevamo andare incontro al ruolo e trovare un attore che potesse incarnare Trent; Steve ci è venuto subito in mente per la capacità innata di sfumare ogni sua interpretazione, esprimendo in questo caso non solo il demone ma anche il demonizzato e tutte la facce di cattiveria e antipatia in grado di emergere in questo che per lui è una sorta di contro-ruolo.

Il simbolo del film è il ‘way back’. Perché è così importante che la madre alla fine del film vada dietro con il figlio?
J. R.: Scegliendo di sedersi dietro Pam decide in qualche modo di lasciarsi alle spalle il compagno Trent e iniziare a camminare con suo figlio, è un’idea che lei ha fatto sua quando ha visto l’immagine del figlio al parco acquatico come dipendente del mese.

Ci sono due diversi registri nella recitazione degli attori: da un lato uno stile più rigoroso e composto, dall’altra sembra invece che li abbiate lasciati più liberi di abbandonarsi all’improvvisazione come nel caso di Sam Rockwell.

J. R.: Dipende dal fatto che già in sceneggiatura fossero scritti così: il personaggio di Rockwell è molto deciso, spontaneo e trascinante, mentre quello di Pam è più riservato.
Si è cercato di creare un equilibrio all’interno di un cast corale con personaggi caratterizzati in modo diverso.
N. F.: Abbiamo cercato di creare atmosfere e umori diversi anche tematicamente e visivamente. Ad esempio volevamo che la casa desse l’impressione a Duncan di essere soffocante e di isolarlo dal resto del mondo, al contrario il parco acquatico è vivace, vibrante, folle, un luogo dove può accadere di tutto.

Che tipo di riflessione avete fatto sulla famiglia allargata protagonista del film? Quanto di vostro c’è in questa storia?
J. R.: La sceneggiatura del film si basa molto su alcune esperienze personali autobiografiche, io stesso ho attinto dalla separazione dei miei genitori che si sono risposati molteplici volte. Credo non sia facile rappresentare lo sgretolamento dell’unità familiare e la transizione da un prima famiglia a una allargata, ma ognuno di noi tende ad avere maggior paura quando si passa da un capitolo della propria vita all’altro.
Il nostro tentativo è stato mostrare la paura provata non solo dai ragazzi ma anche dagli adulti in questi momenti fragili della loro vita.

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Elisabetta Bartucca

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