LOGO
,,

Il treno va a Mosca: I registi ‘Volevamo ricordare quell’utopia’

Il treno va a Mosca: I registi ‘Volevamo ricordare quell’utopia’

Ci sono voluti tre anni, ore e ore di girato, una minuziosa opera di restauro ed un paziente lavoro di rielaborazione e montaggio ma alla fine Federico Ferrone e Michele Manzolini ce l’hanno fatta a realizzare la loro personalissima ‘utopia’, Il treno va a Mosca, che finisce dritto in concorso al Festival di Torino.
Il film è il racconto della fine di un sogno, è memoria, malinconia e insieme ricordo di un’epoca e di un tempo perduti; i due giovanissimi registi scelgono di restituirci questa storia ricomponendo i filmini in super8 girati da Sauro Ravaglia e i suoi compagni nel 1957 in occasione del viaggio verso Mosca durante il Festival mondiale della gioventù socialista.
Sauro e i suoi amici sognavano un mondo di pace, fratellanza, uguaglianza: sognavano l’Unione Sovietica. Partiti per filmare l’utopia, una volta arrivati a Mosca si ritrovano però a fare i conti con la realtà. Il  ritratto in bianco e nero dell’Italia che fu, attraverso le mute istantanee dell’epoca e la voce fuori campo di Sauro che ricorda, racconta, sorride.

Quali sono state le difficoltà principali?
Federico Ferrone: L’ostacolo maggiore era indirizzare questi materiali amatoriali; andavano montati insieme, rielaborati, corretti e ci sono volute ore e ore di girato. Erano difficili da maneggiare, è stato un grosso lavoro riuscire a dare una fluidità narrativa a tutto.

Perché raccontare l’utopia, il sogno, l’aspettativa?
F. F.: La fratellanza e la pace erano lo spirito del festival a cui avrebbero partecipato, forse l’unico momento storico in cui anche in Unione Sovietica si credeva che qualcosa potesse cambiare. Fare un film simile voleva dire per noi far riaffiorare quell’utopia che noi non abbiamo potuto conoscere. Quello che si prova quindi guardandolo è una grande malinconia per la possibilità di credere in qualcosa di così assoluto; questa forma di evidente abbandono politico emerge subito dai filmati, che risultano molto più forti di qualsiasi forma di racconto orale o verbale, perché sono espliciti, evidenti e parlano

Non c’è mai vergogna nelle parole di Sauro per ‘esserci stati’ nonostante il fallimento.
M. M.: C’è l’orgoglio di aver ricostruito o tentato di ricostruire l’Italia, traspare una voglia fortissima, la stessa che ti permette di sognare un mondo perfetto, non c’è mai un ripensamento.
F. F.: Se c’è una lezione da trarre è quella di provare a esserci, senza lasciarsi abbandonare ma partecipare ed essere lì dove le cose succedono tentando di cambiarle.

Avete mai pensato di girare un film diverso, magari centrato sulla disillusione del sogno?
F. F.: Abbiamo pensato dieci film diversi, ma questo secondo noi è il miglior modo di raccontare questa storia; il film ha la sua coerenza nello sguardo di Sauro, lo sguardo di una persona in sé abbastanza forte e che ha quel particolare capace di suggerire l’universale. Anche per questo abbiamo deciso di focalizzarci sulla voce di Sauro.
M. M.: In realtà siamo stati molto leggeri soprattutto rispetto a quello che Sauro e i suoi amici videro davvero a Mosca; abbiamo lasciato le impressioni più semplici perché alla fine il loro vero dilemma fu il momento in cui tornarono a casa. Il confronto con quello che avevano visto pesò molto sulle loro scelte. È il film più fedele possibile allo sguardo di quelle pellicole, l’unica cosa che abbiamo aggiunto è il cinegiornale di Lizzani all’inizio del film necessario per contestualizzare il momento.


La fuga in Algeria sembra una cesura, come se il film a un certo punto non proseguisse ma decidesse di ripartire.
F. F.: Il viaggio in Algeria è effettivamente una deviazione, una deriva. Abbiamo insistito su questa discontinuità anche nel montaggio delle immagini, perché lo c’è anche nella vita di Sauro. Fino a quel momento aveva seguito un cammino, con la fuga in Algeria comincia a cercare invece qualcos’altro. Da quel momento non ha fatto altro che girare per il mondo, non si è mai voluto sposare e ha deciso di non avere figli e continua tutt’oggi a filmare i suoi viaggi.

About the author
Elisabetta Bartucca

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top