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Pif, mi piacerebbe che il mio film fosse un piccolo Bignami

Pif, mi piacerebbe che il mio film fosse un piccolo Bignami

È cresciuto vedendo film al cineforum di Palermo, ha frequentato le elementari in un istituto di suore, è nato davanti casa di Vito Ciancimino. Ed ora sbarca in concorso al Festival di Torino per presentare il suo debutto da regista, La mafia uccide solo d’estate, che lo riporta nella sua Sicilia. Pif, all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto, ex iena e conduttore de Il testimone su Mtv, fa il grande salto sul grande schermo e forse era quasi naturale essendo figlio di un padre regista, che questa passione deve avergliela trasmessa. Senza peli sulla lingua firma un film agrodolce che ricorda e racconta con l’irriverenza di una risata amara, gli anni delle grandi stragi di mafia a Palermo che segnarono tutta una generazione di uomini e donne allora ventenni.

Raccontare la mafia in chiave comica comportava dei rischi…Non mi sono mai fermato a pensare al registro che avrei dato al film. Tutto è cominciato da alcune puntate de “Il testimone” in cui affrontavo il tema della mafia in questo modo. Mi sembra chiaro che non ridiamo della tragedia di un giudice ammazzato, semmai del mafioso.
La mafia dal punto di vista cinematografico è un argomento bellissimo, è la tragedia greca per eccellenza; tutto quello che racconto nel film è molto reale, come la vita quotidiana dei mafiosi, sono cose vere.
Sono  molto curioso di sapere che reazione avranno loro… i mafiosi.

Che sono molto amanti del cinema…
Quando presero Bagarella beccarono il filmino del suo matrimonio con la colonna sonora de “Il padrino”. Il cinema ha in un certo senso coniato dei termini, che la mafia non ha mai usato: per loro non esiste il ‘padrino’, ‘la mafia’, ‘Cosa Nostra’, sono terminologie che non credo abbiano mai utilizzato.

Cos’è cambiato  oggi a Palermo per permetterti di girare un film in tranquillità senza pagare il pizzo?
La mentalità. Dieci anni fa probabilmente avrei dovuto pagarlo. La prima cosa che ho fatto è stata chiamare i ragazzi dell’associazione antiracket ‘Addiopizzo’, che non è una caso siano miei coetanei; mi piace pensare che sia tutta gente segnata dalle stragi del ’92 e che non si è mai rassegnata.
La nostra generazione non si è mai piegata alla mafia, quella dei miei genitori sì; erano abituati a pensare ‘C’è, ma purtroppo non c’è nulla da fare’. Dieci anni fa forse avrei fatto fatica a non pagare il pizzo, oggi invece mi ha aiutato soprattutto l’idea di far parte di un gruppo; la cosa bella dei ragazzi di ‘Addiopizzo’ è proprio quella di non creare un leader, e io mi sono accodato a questo ‘gruppo’ di 800 negozianti, sono il numero 801. Volevo che la mia vetrina fosse il marchio di ‘Addiopizzo’ all’inizio del film,  è il mio adesivo.
Questo mi dà forza, perché la loro prima paura è la solitudine, non bisogna lasciarli soli.

L’uso di un linguaggio così brillante lo rende accessibile a tutti e soprattutto ai ragazzi. Ci sarà anche un tour nelle scuole?

Prevedo lunghe permanenze scolastiche, suppongo e spero che il film si presti anche a una funzione didattica. Ci tenevo che tutte le notizie fossero reali, pretendevo realtà e verità e mi piaceva l’idea che fosse un piccolo Bignami, una fonte affidabile.

Ci sono voluti vent’anni prima di affrontare attraverso un linguaggio completamente nuovo il tema delle stragi, che fino ad ora avevano prodotto una serie di film più o meno di stampo tradizionale.
La differenza rispetto ai precedenti film sulla mafia è che questa storia finisce con la morte del protagonista; una persona coinvolta indirettamente nel progetto – e di cui non farò il nome – mi ha fatto notare che è uno dei pochi film di mafia che continua anche dopo la morte del giudice o del poliziotto. Cosa succede dopo la morte di Chinnici o di Giuliano?

Ci sono delle pellicole che ti hanno ispirato?
Quando abbiamo iniziato a scrivere la sceneggiatura abbiamo visto “Forrest Gump” e in quel periodo ero andato in fissa con un film brasiliano bellissimo, “L’estate che i miei genitori andarono in vacanza”. Poi ci sono dei classici che vedevo al cineforum di Palermo come “La mia vita a quattro zampe” e “Toto le héros”, film belga meraviglioso.
La differenza rispetto a “Forrest Gump” è che in quella storia il personaggio di Tom Hanks è più testimone della realtà, qui invece gli eventi incidono sulla vita del protagonista, Chinnici ad esempio diventa nodo centrale nella storia tra Flora e Arturo.

Perché hai scelto Torino?
Credo sia il festival più adatto per questa pellicola, non ci ero mai stato. A Torino vieni per vedere il film, non c’è un tappeto rosso come negli altri festival dove se ti va male puoi consolarti  facendo un po’ di fuffa, e questo da un lato mi piace perché sono cresciuto con il cineforum a Palermo, ma dall’altro mi mette anche molta ansia.

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Elisabetta Bartucca

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