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La mafia uccide solo d’estate: Ridere e morire di mafia

La mafia uccide solo d’estate: Ridere e morire di mafia

Una bella sorpresa l’esordio alla regia di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. Un racconto umano, amaro e dissacrante sugli anni delle stragi di mafia a Palermo.

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Ci volevano il disincanto di un bambino, il sorriso della consapevolezza e i ricordi di un’infanzia trascorsi nella Palermo assolata, oppressa e abbandonata degli anni tra i ’70 e ’90 per tirare fuori un ritratto coraggioso di quello che fu la mafia e di cosa sarebbe diventata.
E se poi lo fai con il sarcasmo e l’irriverente risata di Pif, tanto meglio. L’ex iena e ‘testimone’ di Mtv firma il suo debutto al cinema pescando tra i ricordi personali e declinando in chiave comica la storia di quei decenni; La mafia uccide solo d’estate (presentato in concorso al Torino Film Festival e in sala dal 28 novembre) assume così quasi i connotati di un testamento da consegnare alle generazioni future, a chi gli omicidi eccellenti, le stragi e le bombe di quegli anni potrà viverli solo attraverso le ormai stanche immagini di repertorio.
E vederli tramite lo sguardo pulito e curioso del piccolo protagonista Arturo (Pif), che per quasi vent’anni inseguirà la sua amata Flora (Cristiana Capotondi), acquista il senso di un racconto dovuto e necessario.
Gli occhi di Pif dissacrano, umanizzano e soprattutto ‘vedono’ restituendo un film che diventa un viaggio della memoria tra il sapore delle iris palermitane, il boato delle bombe, la polvere delle stragi, il mutismo dello stato, l’impavido tentativo di chi ‘ci provò’ e l’inconveniente di scoprire che ‘la mafia non uccide solo d’estate’.
Falcone, Borsellino, Giuliano, Dalla Chiesa, Lima, Riina, Bagarella: tutti incroceranno la strada di Arturo nei modi più improbabili e bizzarri, alcuni entrando prepotentemente nel suo immaginario mitologico come i ritagli di giornale di Giulio Andreotti, altri passandogli accanto come meteore.
L’amarezza e l’infinita dolcezza di una storia che ha l’urgenza di dire, parlare e ricordare con il distacco e la lucidità di chi è cresciuto giocando a pallone nel cortile davanti casa di Ciancimino “mente forse Vito riceveva Bernardo Provenzano”, di chi non ha dimenticato l’odore, il sapore e i volti di un’epoca che hanno segnato il destino di un paese, di chi ha elaborato il senso di una ribellione intima, privata e civile.
Un film onesto, caparbio e profondamente umano nella maniera in cui solo il Sud lacerato di quegli anni sarebbe diventato.

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Elisabetta Bartucca

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