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Il terzo tempo: La vita è una mischia

Il terzo tempo: La vita è una mischia

Un romanzo di formazione a suon di mete, fango e musica indie per l’esordio del 29enne Enrico Maria Artale, nelle sale dal 22 novembre grazie a Filmauro.

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Il fango, la mischia, la meta e poi l’abbraccio con i compagni e con gli avversari. Gli elementi più classici dell’immaginario retorico del rugby diventano metafora di vita, operetta morale e soprattutto percorso di formazione ne Il Terzo Tempo, film d’esordio di Enrico Maria Artale, romano 29enne, prodotto del Centro Sperimentale di Cinematografia, che mette insieme una troupe di giovanissimi per sfidare al botteghino giganti come Thor e Checco Zalone.
E giovanissimo è pure il protagonista, Lorenzo Richelmy, che interpreta Samuele, delinquentello in libertà provvisoria alle prese con un assistente sociale in crisi, Stefano Cassetti, che è anche un allenatore di Rugby. E proprio attraverso la palla ovale i due cercheranno la chiave del loro reinserimento nella vita.
Per evitare le classiche trappole di un film a tema sportivo (dagli eccessi di retorica a quelli di banalità, dalla difficoltà del riprodurre i ritmi e i tempi del gioco, all’errore di renderli eccessivamente artefatti), Artale sceglie di puntare sui personaggi, lasciando spesso che a parlare sia la naturale espressività dei due protagonisti. Senza però tirarsi indietro al momento di scendere in campo, come testimonia una delle sequenze finali che trasforma un’azione di gioco in una coreografia sulle note della settima sinfonia di Beethoven.
Certo nella sceneggiatura non manca qualche passaggio a vuoto, qualche dialogo un po’ legnoso, ma è nella costruzione dell’immagine che il film sembra avere qualcosa in più. Da un lato il largo uso di camere a mano tradisce quasi un amore per il documentario, dall’altro l’attenzione per l’inquadratura, per la luce e la sapiente gestione dei movimenti di macchina mostra una padronanza del mezzo cinematografico che non si limita alla riproduzione e alla cattura di una realtà preesistente.
E in tutto questo una menzione d’onore va fatta anche per le musiche dei Ronin, gruppo ravennate che conduce gli spettatori in atmosfere a metà tra folk e indie rock, contribuendo a trasfigurare la campagna romana – il film è girato tra Frascati e Grottaferrata – in una sorta di Midwest metafisico alle porte della grande città.

Marcello Lembo

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