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Asghar Farhadi: l’Iran, il passato e il neorealismo italiano

Asghar Farhadi: l’Iran, il passato e il neorealismo italiano

Ha sempre sostenuto che finché glielo avessero permesso avrebbe continuato a girare i suoi film in Iran. Così la sua ‘fuga’ di due anni in Francia per girare “Il passato”, quasi un seguito ideale di  “Una separazione” (Miglior Film Straniero agli Oscar del 2012), deve aver lasciato spazio a ipotesi e timori che oggi lui stesso, Asghar Farhadi, pensa a fugare: “Continuo a sostenere che mi sento molto meglio quando lavoro a casa, ma a volte mi vengono in mente delle storie che per la loro stessa natura vanno girate in un altro modo; questa era una storia che richiedeva di essere girata all’estero”. Insomma, Parigi – dove il film è stato girato e ambientato – non è la terra promessa, né una via verso la libertà ma solo un’esigenza di carattere artistico. E chissà che anche ai prossimi Oscar, Farhadi non bissi il successo di “Una separazione” sempre che il film scelto per rappresentare l’Iran agli Academy Awards arrivi nella cinquina finale delle nomination.

L’assenza di censura ha reso il film differente dai precedenti?
Se la tua personalità, il carattere e il tuo lavoro si sono formati in un paese dove ci sono delle restrizioni o delle condizioni particolari, non è facile cambiare: non basta prendere un aereo e spostarsi in un altro posto per diventare una persona diversa, in fondo rimaniamo sempre noi stessi. Mentre giravo questo film mi sono sentito protetto, ma la mia visione di cinema è rimasta tale e quale. Quando ti ritrovi a girare in Iran, ti chiedi sempre in ogni momento se il film alla fine uscirà o meno, girando a Parigi invece avevo la sicurezza che tutto quello che avrei fatto sarebbe finito sullo schermo.

Sembra che con la creazione del nuovo governo, qualcosa in Iran stia cambiando. Ha appena riaperto la Casa del Cinema di Teheran.
È troppo presto per poter esprimere un giudizio, ma già in questi primi mesi ci sono stati dei piccoli segnali che lasciano ben sperare. Sono ottimista ma anche realista e so che non si può ottenere tutto dall’oggi al domani, si tratta di un processo molto lungo e complicato e so anche che è nelle intenzioni del nuovo governo cambiare, ma ci sono gruppi di resistenza sia all’interno sia all’estero che preferiscono mantenere lo status quo delle cose e la tensione.
Nelle storie che racconta non esiste una verità assoluta, non sappiamo mai cosa succederà dopo la fine del film. La conclusione rimane sempre aperta…
L’esperienza mi ha insegnato che se una persona compie un’azione negativa, spesso basta adottare il suo punto di vista, vedere in quali condizioni e con quale pensiero o percezione del reale ha agito, per comprenderlo di più e guardare in maniera meno negativa a ciò che ha fatto. Solo così potremmo avere un’idea completamente ribaltata di una stessa situazione.
A volte le cose sono molto più semplici di quanto non si possa immaginare. Nel finale di “Un passato” ad esempio, Samir sta dall’altra parte del letto ma se fosse rimasto aldiqua avrebbe probabilmente visto la lacrima sul volto di Celine e forse avrebbe reagito in un modo completamente diverso, cambiando radicalmente il percorso della proprio vita.

Ancora una volta una separazione, ancora dei personaggi che non riescono a prendere delle decisioni. Cosa la affascina di questi temi?
Le situazioni di stallo mi piacciono molto per due motivi diversi. Innanzitutto per la loro valenza drammaturgica forte: quando una persona arriva a un bivio e deve decidere cosa fare, scatena un dramma di per sé. Lo stesso accade nella vita quotidiana: in maniera conscia o inconscia e in ogni minuto facciamo delle scelte, dobbiamo decidere tra una cosa e l’altra.

Se “Il passato” fosse stato girato in Iran, il risultato sarebbe stato diverso?
Credo sia un film senza nazionalità, ha la nazionalità di chi lo guarda. Da giovane quando guardavo i film italiani del neorealismo, non pensavo mai di vedere le storie di un paese lontano. Le trovavo molto simili alle vite che facevamo all’epoca in Iran.

A proposito di neorealismo, lei è un grande fan del nostro cinema di quegli anni. Quanto l’ha influenzata?

Mi hanno condizionato soprattutto quando ero un giovane studente di cinema. Prima di iniziare le riprese de “Il passato” ho visto tutta l’opera di Pasolini, ma non per preparare il film – non hanno nulla in comune –  ma perché mi piace molto. Anche se non si può propriamente dire che Pasolini sia neorealista.

Come lavora con i bambini?
Quando preparavo Tahar Rahim per il ruolo di Samir, gli feci vedere “Ladri di biciclette” perché trovo quel rapporto padre-figlio straordinariamente interessante.

Si può considerare “Il passato” un seguito ideale di “Una separazione”?
Alla fine di “Una separazione” i due personaggi sono separati da un vetro, proprio come i due protagonisti all’inizio di questo film. È senz’altro un anello di congiunzione con la pellicola precedente, ma è un’opera autonoma che vive di vita propria. Sono un po’ le birichinate che a volte ci concediamo noi cineasti per puro piacere, lo feci anche in “Una separazione”: nella scena della fotocopiatrice i documenti che si vedono sono quelli della coppia di due film precedenti.

La scelta di confinare la figura di Celine fuori campo e rivelarlo solo alla fine?
Amo molto le situazioni in cui tutti parlano di un personaggio che però non è presente per poter parlare di se stesso; qui era Celine, in “Una separazione” era il nonno malato di Alzheimer  e in “About Elly” era Elly stessa, che sparisce anche se tutti continuano a parlarne.

Che rapporto ha con il passato?
Fino a qualche anno fa ero molto proiettato al futuro e non guardavo al passato, ma ora sono entrato in una fase in cui invece penso spesso al passato, alle radici e mi sembra che sia più ricco.

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Elisabetta Bartucca

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