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Jaredo Leto, istrione in Dallas Buyers Club

Jaredo Leto, istrione in Dallas Buyers Club

Tra febbraio e marzo sarà in Italia con la sua band “30 seconds to mars”, per ora i fan si accontenteranno di vederlo sul red carpet del festival Internazionale del Film di Roma dove Jared Leto presenta il film che probabilmente gli varrà una nomination agli Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, “Dallas Buyers Club” di Jean-Marc Vallée. Grande prova d’attore per un personaggio bizzarro che da sempre si divide tra cinema e palcoscenico e che questa volta stupisce insieme ad un altrettanto straordinario compagn di set Matthew McConaughey.

Dallas Buyers Club è un film di grandi interpretazioni. Come è stato l’incontro con il tuo personaggio?
Non conta tanto quanto chili si perdono – ne ho persi circa 15 – , ma quello che ti colpisce è la percezione di questo tipo di lavoro. Ho provato un grande amore per il personaggio.
Ho capito che Ryon voleva vivere una sua vita da donna, è una persona che si identifica in un genere diverso, non la solita macchietta del trans appassionato di glam rock. Non volevo interpretare stereotipi o clichè che mettessero il personaggio in ridicolo; c’era qualcosa di più ampio da esplorare.

Non ti vediamo spesso sul grande schermo. Perché?
Non faccio tanti film, anzi… Quello che mi interessa non è tanto la quantità, ma il fatto di realizzare film che mi interessino. Amare una cosa non significa doverla fare di continuo. La band mi occupa molto tempo, non vedevo una sceneggiatura da sei anni; l’ultimo film, “Mr. Nobody”, è stato impegnativo e in America è arrivato solo dopo diversi anni forse perché il pubblico americano non era ancora pronto per certi film.

Cosa ti ha spinto ad accettare? Che effetto ha avuto su di te questa storia?
Ha avuto un impatto incredibile, è stato un po’ come vedere un film. Leggendo la sceneggiatura ho conosciuto un mondo che non  mi era familiare, mi sono innamorato di questo personaggio. È stato emozionante e commovente leggere una sceneggiatura che è andata in giro 15 anni prima di approdare al cinema, un’occasione unica e impedibile, quindi sono molto entusiasta di aver partecipato a un film che mi ha insegnato l’importanza di lottare per quello in cui si crede, di perseverare, di essere generosi e avere senso dell’umorismo.

Per quale ruolo uccideresti?
Forse ancora non c’è un personaggio che mi attiri a tal punto! Ma il bello del cinema è proprio questo, arriva quando meno te lo aspetti, leggi una sceneggiatura e ti ritrovi improvvisamente nella parte di un transessuale; se dieci anni fa mi avessero detto che avrei camminato su dei tacchi a spillo, non ci avrei mai creduto.

Come ti sei documentato prima di cominciare le riprese?

Ho iniziato ascoltando le parole di persone transgender simili a Ryon, le ho studiate e mi hanno dato una grande lezione di vita; ho cominciato a scoprire il lato femminile che è in me. Si è trattato di un processo molto impegnativo e stimolante.

Cosa pensi di avere in comune con Ryon?

Delle bellissime gambe! Ryon è un personaggio generoso, paziente e gentile, mi piacerebbe essere così più di quanto non lo sia. C’erano tante cose da amare di un personaggio simile, voleva essere amato e amare, ha delle grandissime qualità e le ammiro tantissimo.

Come sei riuscito ad arrivare così in fondo al personaggio?
Ho conosciuto Matthew e Jennifer solo quando il film è stato presentato a Toronto, perché durante la lavorazione del film ero concentrato sull’interpretazione di Ryon. Perdere peso, mettersi una parrucca, camminare sui tacchi: sono tutti aspetti che hanno a che fare con l’identità e la trasformazione fisica è stato un momento cruciale per creare questa vita interiore.

Ti sarebbe piaciuto cambiarti di personaggio con Matt?

No. Credo di aver indossato le scarpe giuste, Ryon era giusto per me e Matthew era nato per quella parte, è un texano.

Hai mai pensato dirigere film?

Sì. Alla scuola di cinematografia avevo cominciato a studiare per diventare regista, poi al terzo anno decisi di studiare per fare l’attore ma solo perché pensavo che dopo sarebbe stato più semplice passare alla regia. Mi piace girare clip e documentari, quindi la regia è qualcosa che amo molto e spero di poter continuare.

La scelta di sostenere un progetto di cinema indipendente?

Adoro il cinema indipendente, la sua natura sperimentale, il fatto che ci sia passione nel farlo perché i pop corn non bastano a realizzare dei buoni film, riescono a toccarti nel profondo e a essere coraggiosi. Trovo stupendo un film come Gomorra.

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Elisabetta Bartucca

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