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The Act of Killing : A tu per tu con il carnefice

The Act of Killing : A tu per tu con il carnefice

Joshua Oppenheimer si spinge oltre le barriere del perbenismo, presentando un documentario sui protagonisti che hanno dato vita al regime dittatoriale indonesiano.

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Gli ‘effetti postumi’ alla visione di “The Act of Killing” (in sala dal 17 ottobre per I Wonder Pictures) sono nulla rispetto ad un pugno nello stomaco. La potenza che questo lavoro di Joshua Oppenheimer emana risulta pesante ed insostenibile per qualsiasi spettatore che si rispetti. Le minime didascalie ed inquadrature servono unicamente da contorno per enfatizzare i ruoli dei due protagonisti, Anwar Congo, uno dei riferimenti degli squadroni della morte, ed Herman Koto, leader dei paramilitari, diretti responsabili del famoso colpo di stato del 1965, che costrinse il governo indonesiano alla resa e all’accettazione della dittatura militare. Con naturalezza ma soprattutto fierezza, i due carnefici raccontano la loro gestione dittatoriale, il rigore che sussisteva e le metodologie applicate contro chiunque si opponesse al regime, su tutti gli appartenenti ai sindacati e alla minoranza etnica cinese. La narrazione  dei due ‘attempati aguzzini’  risulta inaccettabile, nauseabonda e fastidiosa, soprattutto quando mimano le scene delle loro numerose esecuzioni trovando ispirazione da quei generi di cinema che tanto amavano nella loro difficile età adolescenziale.

Oppenheimer  fa perdere allo spettatore la cognizione di ciò che vede, generando un continuo spaesamento fra ciò che è reale e ciò che non lo è, e propinando al contempo un delirio malsano di due ex-killer che mirano unicamente a lasciare ai posteri le loro testimonianze.
In realtà ciò che traspare dall’atteggiamento grottesco dei due protagonisti è solamente pentimento, dettato da un rimorso incolmabile e profondo proveniente da ciò che hanno compiuto nel passato. Un perdono dettato dall’età avanzata e dal fatto di essere soli nonostante la loro estrusa popolarità nella loro terra d’origine. Quello che però lascia basiti è l’infantilismo remoto che si denota dallo status mentale dei due protagonisti, soprattutto per come rappresentano l’intero loro contesto politico-esistenziale e dai discorsi bislacchi che tentano di giustificare ciò che hanno compiuto nel passato. Quella che traspare è la loro mancanza di connessione con la realtà senza distinguere il giusto dallo sbagliato. “The Act of Killing” mira quindi ad accentuare una follia condivisa fra persone socialmente distorte attraverso una minuziosa indagine su un mondo tanto negativo e contestato quanto ignoto ai più. Altro punto a favore di questo documentario è il coinvolgimento di Werner Herzog alla produzione.

Indubbiamente Oppenheimer dà un prezioso contributo a quel cinema d’autore tanto amato ed osannato dai cultori di cinema. La sua capacità di riportare attraverso un documentario (?) quello che occhio e mente umana non vogliono mai vedere né udire, lo pone ampiamente nel panorama del cinema di genere più off. Questo suo modo di rappresentare il tutto, con testimonianze condite da quella teatralità cinematografica che non guasta mai, rievoca in qualche modo il cinema tanto adorato (ma sarebbe meglio dire riscoperto) dai media, di Gualtiero Jacopetti. Un parallelo azzardato? Forse, ma che possa essere di buono auspicio per Oppenheimer.

Alessio Giuffrida

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