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La vita di Adèle: Kechiche, Adèle? Un’eroina da Indiana Jones

La vita di Adèle: Kechiche, Adèle? Un’eroina da Indiana Jones

La passione, il pianto, l’amore, il dolore e l’infinita inguaribile tragedia umana. Centottanta minuti bastano a raccontare la vita di una donna? Ad Abdellatif Kechiche sì, anche se alla fine de “La vita di Adèle” quel tempo potrebbe tranquillamente dilatarsi, lasciando con gli occhi incollati sullo schermo per un numero di ore indefinito.
Palma d’Oro allo scorso festival di Cannes, il film del regista franco-tunisino che si ispira al fumetto di Julie Maroh ‘Il blu è un colore caldo’, si prepara dopo il debutto nella sale francesi a conquistare anche quelle italiane (da oggi 24 ottobre). Un cinema dei sensi che abbatte il confine tra realtà e finzione, portando agli estremi il concetto stesso di rappresentazione.

La vita di Adele” sembra quasi un sequel di “Venere Nera”. A quel film mancava l’amore e il cuore, c’era piuttosto un’esibizione di organi in formaldeide. Qui c’è il cuore non ridotto a reperto, ma vivo. È così? Come è arrivato a decidere di fare questo film?
Sì, è una interpretazione giusta perché uno dei temi del film è proprio l’amore. Quando mi accingo a realizzare una pellicola non mi interrogo mai tantissimo sul senso della storia, tutti i possibili testi e sottotesti non devono prendere il sopravvento sulla forza della storia e dei personaggi.
Qui mi interessava esplorare diverse tematiche come l’incontro d’amore e l’importanza del destino: se Adèle non fosse arrivata in ritardo all’appuntamento con Thomas, non avrebbe mai incrociato a quel semaforo lo sguardo di Emma, la donna che le cambierà la vita fino a sconvolgerla.
Volevo anche parlare dell’incontro tra ambienti sociali diversi  – da un lato quello borghese e intellettuale della classe dominante e dall’altra l’ambiente più proletario – e di come l’amore possa resistere a queste differenze di classe.
Potremmo definire “La vita di Adèle” un romanzo di iniziazione, la storia di una ragazza che passa dall’adolescenza all’età adulta prendendo in mano il proprio destino nonostante le prove dolorose e gli ostacoli; è il ritratto di una giovane donna quasi un’eroina da romanzo, che dimostra coraggio, abnegazione, forza di volontà e grande senso di libertà.

Cosa può fare il cinema più di quello che questo film mostra?
Penso che si possa sempre andare oltre e il cinema ci fornisce gli strumenti adatti ad esplorare in modo molto più profondo che nella vita la verità che abbiamo dentro di noi; lo schermo ci protegge e ci consente di metterci a nudo come esseri umani e per questo quando faccio i casting cerco gente che possa darsi in maniera completa.
Il merito in questo caso è degli attori, di questa straordinaria attrice che ha messo nel personaggio di Adèle tutta la verità e la forza delle proprie emozioni; perciò in fase di montaggio ho deciso di dare al titolo del film il suo nome.

La sensazione è quella di una pellicola a cui pensava da anni, addirittura da prima di “Cous Cous” o “Venere Nera”…
Non è tanto il film in sé a essere stato pensato a lungo, quanto i temi che affronta. Credo che ci sia sempre stato un continuum nella mia maniera di lavorare dal primo film ad oggi, e forse è proprio questa continuità a dare l’impressione di un qualcosa a lungo pensato.
È il mio approccio al cinema: ho il bisogno viscerale di sviluppare delle relazioni intime molto forti, di comprensione e alchimia con la gente con cui lavoro, perché provo grande tenerezza nei confronti degli attori che filmo e porto sullo schermo.

Come sta vivendo il cammino avventuroso del film dalla Palma d’Oro alle polemiche fino alle probabili candidature agli Oscar?
La vita avventurosa del film era cominciata già durante le riprese per la storia che racconta e che tocca molto da vicino tutti quelli che vi hanno partecipato. È come se il film fosse diventato uno specchio di ciò che si vive e tutte le reazioni che ha scatenato sono per questo viscerali, forti e passionali. Mi chiedo se sia il film in sé, l’argomento o se ci sia un’entità che si diverte a dispensare grandi gioie e nello stesso tempo aspetti meno gradevoli.
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Quando è arrivato a Cannes sapendo che il presidente di giuria era Spielberg, che ha un’idea di cinema molto diversa dalla sua, che impressioni ha avuto?
Sapevo che Spielberg si sarebbe interessato a questo film, perché ci son cose che un grande regista come lui sa cogliere; ero certo che sia lui sia gli altri membri della giuria in quanto grandi esperti di cinema sarebbero riusciti ad apprezzare alcuni aspetti del film. Perciò il premio venuto da una giuria presieduta da Spielberg non mi ha sorpreso così tanto e non credo che le nostre idee di cinema siano poi così diverse: Adèle in fondo è un’eroina, poteva essere anche un personaggio all’Indiana Jones.

Da dove viene la passione per l’agire fisico degli esseri umani?
Ciò che colpisce è soprattutto il fatto che Adele sia affamata della vita in tutti i suoi aspetti: si mette in situazioni di pericolo, rischia o perché frustra il proprio desiderio o perché si assume il coraggio e la responsabilità delle proprie azioni. Forse è questo che suscita il coinvolgimento emotivo del pubblico.
Quello che si vede in scena è merito della magia degli attori e in particolare di Adèle che ha lavorato sulla vita del personaggio in modo istintivo, naturale e immediato senza alcun tipo di elaborazione intellettuale o elucubrazioni mentali. La sua interpretazione è arrivata spontaneamente come ad esempio il gesto di tirarsi su capelli, non c’è nulla che sia stato frutto di ricerche o discussioni infinite, perché è tutto il risultato dell’istinto.

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Elisabetta Bartucca

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