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Escape Plan: Lottatori

Escape Plan: Lottatori

Stallone e Schwarzenegger di nuovo insieme dopo le prove generali nella saga de “I mercenari”. In sala dal 17 ottobre.

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Nella Hollywood degli anni ottanta viveva il desiderio fantasticato di milioni di fan di vedere all’opera insieme nel medesimo film la muscolare coppia Stallone – Schwarzenegger.
Due incarnazioni viventi, due icone che più di chiunque altro erano stati capaci di “interpretare” quel discorso sul corpo e sulla nuova carne che è stato tra gli elementi centrali del cinema americano dell’epoca.  Perché questo desiderio si avverasse ci vollero però molti anni: esattamente bisognò aspettare il 2010 con il corale “I mercenari” che due anni più tardi avrebbe dato origine anche a un sequel, “I mercenari 2”. In entrambi i film lo spazio filmico delle due stelle era però compresso e contenuto in favore di una messa in scena corale che negava uno sviluppo profondo dei due personaggi.

Oggi “Escape Plan” (in sala dal 17 ottobre) rappresenta il banco di prova, la realizzazione di quel sogno, che a vedere bene forse s’è realizzato fuori tempo massimo. L’incedere dell’età dei due protagonisti obbliga necessariamente il film ad assumere un tono ironico e a non prendersi sul serio. Non è un caso che la rappresentazione funzioni proprio quando diventa farsa, e al contrario strida visibilmente quando i toni assumono connotati cupi, in qualche modo “seriosi”.
I due protagonisti riflettono, in tal senso, queste due sfumature del film: da una parte Stallone tratteggia infatti la figura laboriosa di un professionista indefesso ed efficace, dall’altra Schwarzy è una sorta di rivoluzionario operoso scagliato contro le multinazionali e le banche, una sorta di Robin Hood dei giorni nostri. Ed è proprio la caratterizzazione eccessiva di quest’ultimo che lascia il segno più positivo del film.

Si avverte chiara quell’idea di presa in giro e di jokes che l’attore austriaco è chiamato a rendere; su tutti il delirio religioso in tedesco e, soprattutto, la scena in cui impugna una sorta di cannone, facendo il verso al se stesso di tanti suoi film di qualche anno fa.
Al contrario Stallone è perennemente fermo in una spaesata espressione, un volto plastico, un’espressione che sembra non voler mai arrendersi all’età che avanza, lasciando solo un senso di inconsistenza.
Per il resto il film anche nei suoi sviluppi più interessanti non risulta particolarmente originale, come l’idea di mettere in scena un carcere le cui pareti sono trasparenti, in cui i prigionieri sono spogliati della loro intimità e “denudati” alla mercé di un “grande occhio”, metafora tragicamente evidente di una società soverchiante che fa del controllo una istanza preminente. Interessante discorso questo, ma solo superficialmente approfondito e già ampiamente narrato.

Nicola Lazzerotti

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