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Transeuropae Hotel: Musica tra scienza e magia

Transeuropae Hotel: Musica tra scienza e magia

Tra Trapani e Rio de Janeiro, Luigi Cinque ci racconta la storia di un viaggio che porta ad una nuova consapevolezza. Tra scienza e rituali ancestrali, il fascino della musica che fa da ponte tra queste due realtà.

4stelle

Vincitore del Rome Independent Film Festival 2013, “Transeuropae Hotel”, lungometraggio firmato dal compositore Luigi Cinque, si muove sul confine tra film musica e noir, regalando agli spettatori un’esperienza davvero unica. In programmazione al cinema L’Aquila di Roma dal 9 al 13 ottobre, la pellicola racconta una storia intrigante che ha principalmente due protagonisti: il Sud e la musica.
Girato tra le saline di Trapani e le favelas di Rio de Janeiro, “Transeuropae hotel” è una sorta di ponte tra questi due diversi Sud del mondo, facendoli sembrare più vicini di quanto sembri (“Mai trascurare la periferia”, dice uno dei protagonisti del film). La musica, poi, accomuna questi due mondi e svolge anche la funzione di tramite tra credenze e rituali ancestrali da una parte e scienza dall’altra. Un film musicale che parte con l’intenzione di raccontare le varie fasi che caratterizzano la realizzazione di un concerto, ma che presto cambia rotta, arrivando a tessere una trama fitta che si muove, appunto, nell’intricato labirinto che collega la magia alla scienza.
Il film disegna un vero e proprio cerchio, che si apre e si conclude con il verbo “voltarsi” ad indicare l’atteggiamento proprio della curiosità, quella che spinge a chiederci la ragione delle cose. Il senso di questo film sta proprio nel rapporto che magia e scienza hanno rispettivamente nei confronti della curiosità: la prima ci chiede di affidarci alla nostra intuizione, la seconda, invece, ci chiede di esplorare tutte le zone d’ombra e di trarne leggi universali. Nella prima scena di “Transeuropae Hotel”, una misteriosa voce chiede al protagonista: “Non ti voltare”. Questi, invece, si gira intorno, chiedendosi da dove provenga quella voce. Nell’ultima scena, invece, il protagonista è consapevole che voltandosi avrebbe finito per distruggere la sacralità del momento che stava vivendo.
Tra scienza e magia si frappone un viaggio nelle favelas (o meglio, “comunidade”) di Rio de Janeiro, dove la musica regna sovrana tra preghiere agli Orisha e rituali candomblé, tra samba e jongo. E sarà proprio questo viaggio a cambiare totalmente l’atteggiamento dei protagonisti: come diceva Proust, “l’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere occhi nuovi”.
L’occhio nuovo ci permette di avere la consapevolezza che altri mondi siano possibili, ci permette di far coesistere tra loro scienza e magia, ci aiuta a scoprire le connessioni tra uomo e natura. Una metafora, quella dell’occhio, già usata tante volte e nei più disparati settori dell’arte, ma che a ribadirla mantiene sempre il suo indiscusso fascino. Soprattutto se alla purezza della visione si unisce la meraviglia della musica. Proprio come accade in questo film.

Augusto D’Amante

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Silvia Marinucci

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