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La gabbia dorata: Diego Quemada Diéz e l’illusione del sogno americano

La gabbia dorata: Diego Quemada Diéz e l’illusione del sogno americano

Un cinema umano, mitologico e in grado di polverizzare il mito della frontiera americana. Diego Quemada Diéz racconta e demitizza l’American Dream attraverso la storia di tre ragazzini del Guatemala alla ricerca di un Nord mitizzato da secoli di sovrastrutture politiche ed ideologiche. “La gabbia dorata” è un mix di finzione e realtà, poetico e crudamente spietato, uno spazio in cui western e cowboy non sono più quello che tanta iconografia ha consegnato all’immaginario collettivo. Cinema sovversivo e del reale, che il regista lancia all’inseguimento di veri migranti in viaggio dal Sud America verso gli Stati Uniti. Per chi non sarà tra i fortunati che potranno vedere il film oggi in anteprima al Festival di Internazionale a Ferrara, l’appuntamento è per il prossimo 7 novembre quando la Parthenos lo distribuirà coraggiosamente nelle sale italiane.


È vero che quando ti presentavi dai produttori con questo progetto fuggivano profondamente spaventati? Quanto ci è voluto per convincerli a scommettere su una storia come questa?
Ho iniziato a cercare fondi soprattutto a Hollywood; all’epoca vivevo a Los Angeles reduce dal successo di un mio corto al Sundance. Quando mi chiedevano chi sarebbero stati i protagonisti e spiegavo che avrei voluto lavorare con i migranti, mi dicevano che senza un nome famoso o un produttore di spicco non avrei avuto modo di produrre un progetto simile. Mi proposero addirittura di usare la voce di Salma Hayek come voice over, ma rifutai perché non era nei miei progetti.
Poi sono arrivato in Messico dove esistono ancora degli aiuti alla cultura, ma prima di tutto dovevo trovare dei produttori. Ne ho cambiati cinque, avevano tutti molta paura: paura di fare un viaggio su un treno di migranti veri e di lavorare con attori non professionisti (perché temevano che la recitazione non sarebbe risultata naturale), soprattutto paura degli assalti delle bande locali, anche se conoscevo alcuni leader e sapevo dove avrei potuto girare senza problemi.

Puoi spiegarci meglio che tipo di rapporti hai avuto con loro?
Per fare i casting ad esempio e poter quindi entrare nella zona 3 delle bidonville a Città del Guatemala, una delle più violente e povere, mi sono dovuto rivolgere al capo quartiere.
Solo dopo avergli spiegato che il film avrebbe analizzato un certo problema sociale, indagando il perché la gente vada via da lì e il motivo per cui ci sia tanta attrazione verso questa trappola americana, solo in quel momento ci hanno aperto le porte e ci hanno fatto entrare. La stessa situazione si è ripetuta in ogni villaggio dove siamo andati a girare; abbiamo sempre coinvolto la gente del posto facendola lavorare.

Tutti i migranti della pellicola, compresi quelli della fabbrica di carne nella scena finale, sono veri e stavano realmente compiendo quel viaggio verso gli Stati Uniti mentre li riprendevo.
Anche la scena della pistola puntata alla tempia è successa davvero… a me: una volta mentre giravo un documentario a Sinaloa con un amico, incontrai questo tipo, Vitamina, che mi puntò la pistola alla testa. Alla fine mi concesse la grazia e mi disse che la prossima volta per entrare avrei dovuto parlare con lui. Da quel momento in poi ho imparato che in questi casi è sempre necessario parlare con i capi; ero lì con un amico della zona ma probabilmente non era la persona giusta.

Nel corso del film un coro di voci femminili intona una bellissima canzone: “Attraversando la frontiera ti sei perso…” recita il testo. E’ un po’ il cuore e l’essenza del film, il suo significato…
L’idea della canzone è venuta dalla montatrice del film, è stata lei a trovarla. L’ho voluta sulla base di un’intuizione immediata e mi piaceva l’idea che fossero voci di donne a parlare di temi universali come la perdita e la ricerca di qualcosa fuori da noi stessi. È un po’ come il viaggio a Itaca: a un certo punto la destinazione finale perde di significato ed è la strada percorsa ad acquistare un senso. Il grande apprendimento viene dalla vita di ogni giorno.

Che rapporti hai avuto con la frontiera americana?
A livello legale la pellicola mette in discussione il tema della frontiera, delle bandiere e delle costruzioni artificiali in genere, ma nella realtà dei fatti c’era bisogno di visti per girare. Anche se è stato un po’ più complicato del previsto, alla fine sono riuscito a ottenere quelli per i ragazzi. Abbiamo parlato con gli agenti di scurezza e la polizia di frontiera, però non ci hanno voluto aiutare quindi siamo stati costretti a riprodurre la frontiera perché potesse sembrare reale. In questo, ad esempio nella scena del tunnel, mi ha aiutato un ragazzino che il giorno prima l’aveva percorso per intero; mi ha spiegato nel dettaglio come fosse fatto e le sue parole mi colpirono:  “Sembra un campo di concentramento”, mi ha detto ad un certo punto.

Tutto mi ha fatto pensare ad una politica fascista, di disprezzo e militarizzazione da parte degli americani; poi con il direttore artistico e della fotografia abbiamo cercato di ricostruire questo ambiente sul lato messicano. Ed è stato molto complesso.

Ci sono diversi rimandi al cinema bellico e western. Nella costruzione dei personaggi c’è una componente di finzione e una che invece viene dalla realtà e dal vissuto dei ragazzi che li interpretano; concettualmente l’aspetto che mi interessava di più era quello del cowboy, dello scontro tra indios e cowboy perché credo che dietro il processo di colonizzazione americana ci sia lo sterminio di una cultura.
Ci sono riferimenti molto forti al western: da “Shane” di George Stevens a John Ford o a “L’imperatore del Nord” a cui si ispira la scena della gallina.
Nel primo montaggio c’erano addirittura delle clip di “Shane”, eliminate in un secondo momento dalla versione definitiva; mi piaceva creare una sorta di poema epico dove si sentisse la forza del viaggio, del paesaggio, di questo treno di migranti, ma i ragazzi non appartenevano a quel mondo.

Sei riuscito a far vedere almeno un film western a questi ragazzi? Aldilà delle problematiche che tipi di lavoro c’è stato con i protagonisti?
Quando ho fatto vedere “Shane” a Brandon, mi sono reso conto che non gli era interessato perché non apparteneva al suo vissuto. Invece il dettaglio degli stivali da cowboy indossati da Juan, mi è venuto dopo aver visto un ragazzino portarli sempre ai piedi; mi è sembrato un particolare unico che doveva far parte del personaggio e ho ritenuto opportuno inserirlo nel copione.
Tutto viene dai racconti che mi hanno fatto, da ciò che ho visto e spesso vissuto in prima persona.
Ho incontrato per esempio, una ragazza di 17 anni che mi ha raccontato di un viaggio – identico a quello dei protagonisti del film –  fatto insieme a sua madre quando ne aveva 12; prima dell’inizio del viaggio, si era preoccupata di tagliarle i capelli e vestirla da uomo; altre donne mi hanno invece confessato di prendere la pillola anticoncezionale prima di partire, perché davano per scontato che sarebbero state violentate. Sono tutti dettagli rubati da racconti e persone diverse, che mi hanno permesso di costruire il personaggio di Sara.
C’è una miscela di diverse suggestioni e fattori nella costruzione dei personaggi: cose che vengono da me o da “Shane”, da un ragazzo che viene dalla strada o dalla realtà dell’indio.
Era importante per me che ognuno mettesse la propria verità, costruendo così una testimonianza collettiva attraverso l’identificazione con i bambini.

E la metafora della neve?
È un elemento che viene da “Il settimo continente” di Michael Haneke, è un’immagine che si ripete e crea uno stato ipnotico nello spettatore; mi chiedevo come dare un tono poetico al film e quindi ho pensato all’elemento poetico della rima. In quel momento pensai anche alle parole di un bambino mentre mi spiegava le ragioni del suo viaggio verso l’America, che per la prima volta non erano economiche: “Vorrei vedere la neve”, mi disse. Era il desiderio semplice e innocente di chi vuole spostarsi per vivere ciò che non ha mai visto, avendo sempre vissuto in un luogo caldo e di mare.
Questo faceva parte del processo di apprendimento del protagonista, un ragazzino egoista e materialista che alla fine apprende dall’indio il mistero e la poesia della vita, in un viaggio in cui perde innocenza e acquisisce qualcosa di diverso.
Con la neve volevo rappresentare proprio questa sua scoperta.

Quanto ci vorrà per polverizzare questo mito della frontiera americana?
Smantellare il mito era l’idea dietro il film. La situazione Nord-Sud è molto complessa sia a livello  economica che politico, ma c’è una parte di responsabilità anche dei migranti che disprezzano la loro cultura e identità, vivendo all’ombra del mito americano, un mito che nasconde una inevitabile morte spirituale.
L’idea era di rovesciare questo paradigma e dimostrare come il Sud abbia invece tanto da offrire al Nord; potremmo imparare molto dalle culture indigene piuttosto che loro da noi.
Sarebbe importante modificare la visione dell’ americano sul migrante clandestino e fargli capire che dietro c’è un essere umano che si è giocato una vita e dei rapporti. Aldilà delle barriere che abbiamo creato condividiamo lo stesso pianeta; non è un’ utopia ma un’idea reale, le multinazionali sono libere di muoversi e gli uomini no.

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Elisabetta Bartucca

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