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Gli errori di Amadè, dal cinema di Avati alla lirica

Gli errori di Amadè, dal cinema di Avati alla lirica

La seconda proposta presentata da Opera InCanto a Terni il 9 ottobre è un doppio spettacolo con Il Don Chisciotte di Padre Martini (che manca dalle scene da decenni) e la prima esecuzione assoluta di un intermezzo moderno ispirato ad un film di Pupi Avati. Anche quest’anno, infatti, si replica l’esperimento dell’intermezzo nell’intermezzo: un nuovo e breve lavoro che viene ad essere inserito tra le due parti di un intermezzo settecentesco. La scelta è caduta su uno dei cinque lavori teatrali di Padre Martini, che è anche il protagonista insieme al giovane Mozart dell’intermezzo moderno, Gli Errori di Amadè, di Vincenzo de Vivo, con musiche di Lucio Gregoretti e soggetto liberamente ispirato al film di Pupi Avati, Noi Tre.
La vicenda de Gli Errori di Amadè e di Noi Tre è ambientata nel 1770 quando Wolfgang Amadeus Mozart sostenne l’esame di ammissione all’Accademia Filarmonica di Bologna, di cui era maestro di contrappunto proprio Padre Giovanni Battista Martini. La prova d’esame del giovane compositore salisburghese, tutt’ora esistente, mostra tutta l’insofferenza di Mozart per le regole e le convenzioni. Padre Martini, fiutandone il talento, la riscrisse per intero, in modo che potesse essere ben accetta dal rigido ambiente dell’Accademia bolognese. Pupi Avati nel suo film Noi Tre ha cercato di dare una spiegazione a questo episodio.
“Ho colto un frammento della sua esistenza, l’errore di Mozart all’esame dell’Accademia dei Filarmonici, cercando di indagarlo in modo piacevole, attraverso ricerche approfondite, sino a farlo diventare un giallo”, spiega Pupi Avati. “Come può un genio cadere in una svista così banale? L’interpretazione che ho dato, e di cui vado molto orgoglioso, è che Mozart scelga di sbagliare per sfuggire al destino di diventare Mozart, agisce contro il suo stesso talento. Ha capito che la genialità, attraverso il modello dello zio matto, porta ad essere tagliati fuori da quella quotidianità che lui aveva vissuto per la prima volta con altri coetanei”.
La suggestiva ipotesi è stata sviluppata da Vincenzo De Vivo nel suo libretto e messa in musica da Lucio Gregoretti, autore di molte musiche per il cinema e per il teatro.

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