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Luchetti e i suoi ‘anni felici’

Luchetti e i suoi ‘anni felici’

Prima che diventassero gli anni bui che le cronache hanno consegnato alla storia, i ’70 furono gli ‘anni felici’ che Daniele Luchetti ricorda sin dal titolo del suo personalissimo film. Anni da guardare attraverso i filmini in super8 di un Luchetti bambino, testimone dell’amore difficile, complesso e folle tra suo padre (Kim Rossi Stuart), artista concettuale narcisista e insoddisfatto, e sua madre (Micaela Ramazzotti), donna devota e innamorata prima, e profondamente determinata poi a concedersi a passioni inesplorate. Una storia famigliare dai contorni ‘mitologici’, non a caso il film avrebbe dovuto chiamarsi “Storia mitologica della mia famiglia”. In sala dal 3 ottobre.


È il terzo film in cui lavori sulla tua memoria personale. Partiamo dal titolo della pellicola, “Anni felici”…

Per ragioni commerciali e tecniche la pellicola morirà e questo probabilmente è l’ultimo film che riusciremo a girare in 35mm. La pellicola ha cento anni ed è una tecnologia che ha accumulato una enorme esperienza; la pasta della pellicola è l’immaginario del cinema, il digitale nonostante i vantaggi tecnici indubbi – direi anche illusori –  è molto nuova e ancora immatura.
Ci farà ripensare il modo di fare cinema, ma non riesco a capacitarmi del fatto che stiamo buttando nella spazzatura una delle cose più preziose dell’ingegno umano.

Avevi un diario in quegli anni?

No, il mio diario erano le fotografie e i filmini in Super8, che ho resuscitato per l’occasione, riversato e riguardato. In certi casi sono molto simili a quelli che si vedono proprio in questo film, non così a fuoco nonostante la macchina da presa fosse esattamente la stessa di allora.
Parlare dei propri genitori non è facile. Tua madre ha visto “Anni felici”? Sarebbe cambiato qualcosa se tuo padre fosse stato vivo?
Il rapporto con mio padre era estremamente stimolante, quando girai il mio primo film avevo 28 anni, lui 48 e mi ricordo il senso di collaborazione e complicità.
Lo stimolo alla libertà artistica era pane quotidiano nella nostra famiglia e tutto questo si è ripercosso anche oggi su mia madre: per lei sono un narratore e quindi assolutamente libero di esprimermi.
Ha visto film e le è piaciuto molto, sa cosa c’è di vero o inventato, e in ambedue i casi nulla la ferisce. Credo che “Anni felici” sia un atto d’amore all’umanità dei miei genitori e a come siano stati capaci di vivere la loro passione fino in fondo, ma è stato anche un modo per raccontare quanto invece non siano stati in grado di viverle. Il film sta dentro questo spazio immaginario tra ciò che non c’è stato e il desiderio che avessero vissuto delle vite più piene.

Perché hai scelto Martina Friederike Gedeck per il personaggio di Helke?
In questo film ci sono spunti che arrivano da cose minuscole. Quando avevo sei anni c’era una babysitter tedesca, di nome Helke, nella villa di alcuni vicini di casa a Fregane; era una donna bella e disinibita e mia nonna prendeva a ceffoni mio nonno quando la guardava. Quindi la parola Helke per me ha sempre significato qualcosa di peccaminoso; l’invenzione di Helke arriva da qui.
Nel mio immaginario doveva essere una donna calda, affettiva e accogliente; mi interessava che fosse in grado di ascoltare Serena per la prima volta, Helke ha uno sguardo empatico e ho trovato tutto questo in Martina.

A Venezia hai preferito il Festival di Toronto, dove hai presentato il film poco tempo fa. Sei contento di questa scelta?
Non credo sia stata una scelta così rivoluzionaria. Ho l’impressione che in Nord America le proiezioni siano più rilassate e non una questione di vita o di morte; la possibilità di uscire dall’ albergo e andare a piedi alla proiezione o di chiacchierare con il pubblico non ha prezzo. E poi volevo sfruttare un mercato che offre quattrocento compratori, a Venezia non ce ne sono altrettanti.

Oltre che per ragioni commerciali però, la scelta di Toronto è stata dettata soprattutto dalla sensazione di un’atmosfera più easy, di calma e serenità.

L’aria solenne e sontuosa di Venezia e Cannes mi è un po’ mancata, perché sono manifestazioni sacre, le proiezioni in questi Festival sono riti sacri.

Come ha diretto i due bambini?

I bambini non si possono dirigere, si possono e devono solo scegliere bene; devono essere il più possibile simili a quello che vuoi o capaci di contraddire il personaggio in maniera creativa. Il segreto nel dirigere i bambini è non dirigerli.

C’è nostalgia per quegli anni?
Ho curiosità del passato perché non lo ricordo tutto e nostalgia del futuro perché non lo conoscerò tutto. Ho fatto questo film per esplorare il passato e capirlo meglio, non con nostalgia.

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Elisabetta Bartucca

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