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Bling Ring: Cinema dal sapore di bigiotteria

Bling Ring: Cinema dal sapore di bigiotteria

Presentato in apertura dell’ Un certain regard al Festival di Cannes 2013, Bling Ring si ispira ad un articolo di Nancy Jo Sales, ‘The Suspects Wore Laboutins’, pubblicato su Vanity Fair. Nel mirino il vacuo mito della notorietà.

Nel conferire sostanza cinematografica all’effimera, vacua, inconsistente adorazione di luoghi ed oggetti di culto che caratterizzano il mito della notorietà, Bling Ring di Sofia Coppola propone una messa in scena che, pur scarna, riempie il vuoto trasformando le linee di contorno in un pieno. A dar corpo a tale spettacolo di superficialità è l’equivalente superficialità della costruzione narrativa che si dimostra minimale, poco profonda e monocorde, banalmente adagiata sul tono documentaristico dell’osservazione neutrale.
La pochezza esistenziale del mondo interiore adolescenziale si declina nella esiguità delle scelte cinematografiche atte a descriverla o denunciarla. Il vuoto raggiunge il suo pieno nella mancanza di un’indagine attenta e profonda sulle motivazioni sociali e familiari che determinano il materialismo e l’assenza di ideali nel mondo contemporaneo. Ne risulta un’opera dal sapore di bigiotteria, senz’anima come la personalità dei suoi protagonisti.
La storia fa riferimento ad un fatto di cronaca: un gruppo di ragazzi di Calabasas (California), tra l’ottobre del 2008 e l’agosto del 2009, svaligia le case dei divi (fra cui quella di Paris Hilton, rapinata più volte) per un valore di circa 3 milioni di dollari fra contanti ed effetti personali. La banda viene ribattezzata dai media Bling Ring.

Lo stile cronachistico di Bling Ring, orientato più verso il documentare che verso il raccontare, è il risutlato di un ampio utilizzo di foto provenienti dal web, dai social network, dalla TV e dalle telecamere di sicurezza nonché da un cameo in cui Paris Hilton fa la parte di se stessa. La sensazione che ne deriva è quella del videoclip, in cui più che stilizzare un evento reale attraverso la ricostruzione cinematografica per farne derivare sensi e fini, si vuole avvincere lo sguardo con la soddisfazione di una curiosità strettamente legata alla stessa superficialità e decadenza morale dell’universo rappresentato.
La casa che vediamo in molte scene di Bling Ring è davvero quella di Paris Hilton, messa da lei a disposizione per le riprese. La telecamera indugia sui numerosi oggetti griffati, suggerendo molto più il compiacimento verso il luogo di culto che non il focus (intento fra l’altro dichiarato dalla regista) sulla perdita d’innocenza degli adolescenti con un interesse smodato nei confronti degli oggetti.

Le ripetute e numerose scene di irruzione dei ragazzi all’interno delle case dei divi, scevre di un approfondimento psicologico che faccia da contraltare all’ossessione messa in scena, hanno il retrogusto del servizio di moda televisivo.
In Bling Ring regna un’approssimazione drammaturgica che si affida eccessivamente agli eventi salienti della cronaca ma, sebbene il risultato sia quello di ottenere una ripetitività non incisiva, questa riesce nell’intento di mimare e riprodurre una certa tendenza del mondo giovanile, annoiato e bulimico, con uno sguardo in cui convergono nichilismo e furbizia, apatia e noncuranza, tratti caratteristici dell’universo adolescenziale che riflette il proprio vuoto interiore in un’immagine sbiadita quanto esaltata del mondo delle star.

Ritorna in Bling Ring il tema caro a tutte le opere di Sofia Coppola: il periodo dell’adolescenza animato da un’innocenza quasi sempre condita con il suo opposto diabolico, camaleontica, capace di prendere le sembianze di mille sfondi, di rappresentare il suo tempo, di esibire in modo sfacciato la propria istintività, nelle proprie fragilità quanto nelle proprie ostentazioni.  Un’adolescenza che in Bling Ring diventa miseramente prigioniera della superficialità dilagante mutuata dall’imitazione dei nuovi divi.
Totalmente privo di qualità particolari sia visive che narrative, l’incursione della Coppola nello smodato mito della notorietà è interessante esclusivamente per lo stile documentaristico con cui la rappresentazione cerca di aderire alla realtà, nel riprodurre usi e costumi della società odierna – attraverso l’utilizzo di una sceneggiatura scarna, se scarno è il tessuto dialogico di riferimento – a voler sottolineare e rimarcare una decadenza, non solo morale, ma anche culturale dei nostri tempi.

Gisella Rotiroti

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Elisabetta Bartucca

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