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Cose nostre-Malavita: Il Padrino ai tempi del 3D

Cose nostre-Malavita: Il Padrino ai tempi del 3D

Luc Besson dirige quei “bravi ragazzi” di Robert De Niro e Michelle Pfeiffer in una action comedy dalle tinte dark. Produttore esecutivo Martin Scorsese. Al cinema dal 17 ottobre.
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C’era una volta Malavita, il cane della famiglia Manzoni (ora Blake), da dieci anni inserita nel Programma Protezione Testimoni. C’era una volta Malavita, l’omonimo  romanzo di Tonino Benacquista, che narra la storia di questa famiglia alle prese con un nuovo nascondiglio, un paesino sperduto della Normandia. C’era una volta Luc Besson regista, Robert De Niro e Michelle Pfeiffer attori protagonisti, Tommy Lee Jones imbattibile spalla e, infine, Martin Scorsese produttore esecutivo. C’era una volta Cose Nostre – Malavita, meglio noto in patria come The Family (titolo molto più adatto). Passata l’epoca de Il Padrino e Quei Bravi Ragazzi, anche solo pensare di girare un film sulla Famiglia era impensabile, un fallimento assicurato. Non ci poteva essere nulla di paragonabile. Perché bisognava trovare una nuova chiave di lettura, una nuova via per raccontare quel mondo che ha tanto affascinato il pubblico e gli addetti ai lavori. L’unica soluzione era l’ironia.
Per raccontare la storia di Giovanni Manzoni alias Frank Blake, pentito, protetto insieme alla sua famiglia, Besson ha utilizzato questa arma vincente e ha deciso di prendere in giro tutti, nessuno escluso. Francesi e americani, in un incontro/scontro tutto da ridere, che porta in primo piano i luoghi comuni di entrambe le culture e li estremizza sul grande schermo.
‘The family’ non è solo la Grande Famiglia di tutti i vari Don Vito; the family sono i Manzoni/Blake, uniti fino alla fine, perché l’unica cosa che li salverà sarà la loro coesione. Bel tributo a Martin Scorsese, produttore esecutivo, citato nel film più volte, anche in maniera esplicita con la proiezione di “Quei bravi ragazzi”, uno dei suoi capolavori. Bravo Luc Besson che ha saputo trovare il modo di raccontare il Padrino ai tempi del 3D.

Giulia Oppia

 

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