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Mood Indigo : Il romanticismo di Vian prende vita

Mood Indigo : Il romanticismo di Vian prende vita

 Il connubio romancesurrealismo nell’opera di Michel Gondry,  ispirata ad uno dei romanzi più celebri del ‘maledetto’ transalpino.

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Il ruolo di regista spesso e volentieri comporta sfide impossibili.  Gondry con “Mood Indigo” ne intraprende una ardua assai, adattando uno dei romanzi più complessi di sempre ai linguaggi sistematici e pragmatici del cinema contemporaneo. “Mood Indigoinfatti è la rappresentazione sullo schermo del celebre romanzo ‘La schiuma dei giorni’ di Boris Vian, già precedentemente adattato per il grande schermo nel lontano 1968 da Charles Belmont con il suo “L’Ecume des jours” con protagonisti Jacques Perrin e Marie-France Pisier. In seguito il romanzo di Vian fu trattato dal compositore russo Edison Denisov con un’ opera teatrale nel 1981 per poi essere ri-adattato nel 2001 dal regista giapponese Go Riju con il suo “Chloe” con protagonista  Nagase Masatoshi, divenuta celebre con Cold Fever di Fridrik Thor Fridriksson.
Tutte queste costanti sfide nell’adattare una delle opere  letterarie più complesse  di sempre hanno fatto assumere ai registi coinvolti il ruolo di semi-dei, ossessionati dalla loro umile creazione. Gondry si aggiunge oggi a questa lunga fila.
E quel che salta subito all’occhio nella sua trasposizione cinematografica è una marcata mancanza di razionalità, figlia di un universo totalmente surreale, astrattamente colorato, dove amore e morte fanno da anticamera. Il regista francese cerca di ottimizzare al meglio tutti gli elementi eccentrici e visionari articolati nel romanzo di Van, ricreandoli a suo piacimento. L’effervescente inventiva di Gondry però, diventa clamorosamente la diretta antagonista di quella espressa da Vian nel romanzo, annullandola  completamente.  ‘L’ansia da prestazione’ di Gondry in qualche modo intacca lievemente la sua visionarietà comunque generosa, provocando  un totale distacco fra lo spettatore e il film. L’immaginario gondryniano rimane ingarbugliato così, per quasi tutta la prima parte del film. Soltanto con l’evoluzione del percorso narrativo il film comincia a risollevarsi.
Malattia e morte vengono trattati come sentenziatori totalitari, la loro presenza attiva scolorisce un universo composto di astrattezza. La valenza plumbea che questi due elementi portano dentro di sé non intacca solamente la vita dei due protagonisti Colin (Romain Duris) e Chloe (la diva per eccellenza Audrey Tautou), ma anche i vari spazi che compongono questo mondo semi-fiabesco. L’infantilità dei due protagonisti risulta melodrammatica e compassionevole, sempre in cerca di quella ‘terra promessa’ dove possano liberamente condividere ogni loro attimo di vita prima che il tempo gliela logori. Gondry in qualche modo realizza un film geometricamente distorto, un contesto allucinogeno dove il tempo e lo spazio confondono lo spettatore facendolo vaneggiare a mente lucida. Gondry non adatta, ma rielabora con il suo essere visionario un’opera letteraria già visionaria di suo. Seppur tenendo conto di queste riserve, il consiglio spassionato è di lasciarsi trasportare dall’eccentrico gondryniano, non porsi domande né darsi risposte, perché “Mood Indigo” è principalmente un sogno ad occhi aperti.

Alessio Giuffrida

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