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The Grandmaster: Se Sergio Leone incontra Wong Kar Wai

The Grandmaster: Se Sergio Leone incontra Wong Kar Wai

Dal regista di “In the mood for love” un epico ritratto del leggendario maestro di kung fu, Ip Man. Un racconto di citazioni e omaggi al ganster movie, che però mostra i suoi limiti.
3stelle

Insolitamente epico, tradizionalmente poetico. Wong Kar Wai c’è con tutta la sensibilità registica e umana che lo contraddistingue da sempre, e c’è il suo “The Grandmaster”, grande apertura  della scorsa Berlinale.
Il regista di Shanghai torna sei anni dopo il suo debutto americano (“Un bacio romantico”) con un affresco imponente e visivamente – ma questo ce lo aspettavamo – impressionante, partendo dal racconto sulla vita del leggendario maestro di kungfu e celebre mentore di Bruce Lee, Ip Man.
Così la semplice narrazione di una figura mitica, diventa disamina filosofica e viaggio sensoriale tra le menti e i corpi dei protagonisti, un film tributo sulle arti marziali come disciplina, modo di vivere, passione totalizzante e devozione.
E tutto diventa poesia, un’istantanea su un mondo perduto attraverso il consueto mix esplosivo di accorgimenti stilistici cui da sempre Wong Kar Wai è avvezzo: i campi stretti sui dettagli, i ralenti  sui corpi che si sfiorano, si inseguono, si scontrano, l’indugiare sul rumore delle ossa scricchiolanti o dei piedi che scivolano fino a comporre una danza precisa e appassionata.
Spettacolare, immenso, malinconico nel riproporre i temi a lui cari dell’amore tragico, della memoria, di un tempo che non perdona; sullo sfondo le rovine belliche di oltre trentanni di storia, dall’invasione giapponese alla guerra civile fino al trionfo del comunismo. Una composizione perfetta, un ritratto ineccepibile se non fosse per una freddezza di fondo dovuta con ogni probabilità alla ridondanza di certe soluzioni e al virtuosismo esibito di altre.
Un racconto estetizzante ma questo non sorprende perché Wong Kar Wai ha fatto dell’estetica il suo punto di forza, il problema è la mancanza di sostanza, e il rischio è che quel cinema di sensi  che con In the mood for love aveva toccato il suo punto più alto, ceda il passo al ripetersi di una formula vuota. Magistrale e indimenticabile però, l’omaggio finale a “C’era una volta in America”, dalla riproposizione del celebre motivo di Ennio Morricone alla citazione quasi pedissequa della scena in cui Robert De Niro si abbandona ai fumi dell’oppio qui affidata alla protagonista femminile. Ma forse l’eco di Sergio Leone è ben più presente di quanto non lascino immaginare le ultime scene di un film in fondo gangsteriano e spudoratamente noir sin dall’inizio.

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Elisabetta Bartucca

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