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Scola ricorda Fellini. Venezia in lacrime

Scola ricorda Fellini. Venezia in lacrime

Ettore Scola sbarca al Lido per ricevere il premio Jaeger-LeCoultre e presenta il  film,  che celebra l’amico e collega Federico a venti anni dalla sua scomparsa.

Penultima giornata di festival. Il baraccone veneziano comincia a smantellare la sua gigantesca impalcatura, ma le sorprese dell’ultimo momento sono forse le migliori. L’effetto che il documentario di Ettore Scola su Federico Fellini ha avuto sul pubblico festivaliero, ha proprio questo sapore. Presentato fuori concorso al Lido, l’omaggio di Scola a Fellini riesce forse laddove  hanno fallito i 55 film della selezione ufficiale della 70. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. E cioè nelle emozioni. Ce ne sono tante in “Che strano chiamarsi Federico. Scola racconta Fellini”, tante e forti al punto da strappare lacrime di commozione al termine della proiezione mattutina per la stampa. Una commozione che stupisce e spiazza i diretti interessati: Ettore e Silvia Scola, padre e figlia, regista e sceneggiatrice di questo tributo che, seppur inconsapevolmente, commuove.

Non deve essere stato facile scegliere tra le tante cose da raccontare gli episodi più adatti per restituire lo spirito di Fellini. Come avete lavorato?
Ettore Scola: La prima idea era di fare un omaggio a venti anni dalla sua morte. Ne parlavamo qui a Venezia qualche anno fa, si pensava all’uso di un repertorio. Apprezzavo l’idea e all’inizio pensavo di chiamare un giovane montatore che avrebbe dovuto lavorare sull’archivio di Fellini.
Poi incontrai Roberto Cicutto che mi suggerì: ‘Ma perché non si fa un film visto che lo hai conosciuto?’

“Che strano chiamarsi Federico. Scola racconta Fellini” è un album pieno di fotografie, brani, scritti, ricordi e come tutti i ricordi qualcuno è offuscato e andava ricostruito e articolato con gli altri. Di questo si sono occupate Silvia e Paola Scola.
Mi stupisce un po’ quando mi si dice che questo film ha commosso tanto. Non era nostra intenzione, avrei tradito altrimenti il cinismo di cui spesso mi accusano.

C’è da piangere per chi muore dimenticato, senza lasciare traccia ma non per Federico. No, non è assolutamente un film commovente, Federico non fa piangere, anzi era autoironico, allegro, sorridente e sognatore.
È stato accusato di essere qualunquista e maschilista, ma lui era esattamente l’opposto di tutto questo. Abbiamo cercato quindi di restituire la tenerezza estrema di Fellini verso le donne: nessuno ha mai guardato la Saraghina o Anita Ekberg con gli stessi occhi con cui le guardava lui. Aveva una grande tenerezza soprattutto per i giovani.
Il mio film è un album soprattutto per i giovani, perché lo vedano e perché Fellini ha parlato soprattutto a loro.
Silvia Scola: C’era molto materiale ma se da un lato era una bella cosa, dall’altro non è stato facile gestire una così vasta mole di documenti.

Volevamo raccontare un’amicizia fatta anche di ammirazione di mio padre per un grande maestro. Volendo alternare momenti di repertorio ad altri di finzione, sin dall’inizio abbiamo avuto ovviamente il problema di selezionare.

Il soggetto è stato scritto da Ettore insieme ai nipoti, che gli hanno in qualche modo stimolato la memoria. Quando ci siamo messi a scrivere venivamo dalla visione e selezione di tantissimo materiale e abbiamo continuato a scrivere sempre: dal primo ciak al montaggio e anche dopo.

La matrice comune tra mio padre e Fellini era l’ironia; l’obiettivo era quindi realizzare qualcosa di vitale e divertente, il fatto che abbia commosso ci ha spiazzato.

C’era un cinema un tempo in cui tutti gli intellettuali si comunicavano delle idee. Oggi questo aspetto è andato perso e tra gli artisti non esiste più quella forma di comunicazione.

E. S. : La nostalgia e i rimpianti non sono il mio forte. Sembrano passati secoli dal ‘Marc’Aurelio’, non 50 anni.
Certo, si è persa la collaborazione e il contatto diretto, ma oggi i giovani hanno a disposizione cose che noi avremmo solo potuto sognare. C’erano tanti giornali umoristici che facevano satira: all’epoca erano intellettuali come Zavattini o Campanile a lanciare qualche stilettata alla retorica e alla magniloquenza romana, e a volte ci riuscivano anche.
Detto ciò, esiterei comunque a dire: ‘Ah, non ci sono più i bei tempi di una volta’.

Il materiale da visionare era tantissimo. Avete scoperto qualcosa di nuovo su Fellini, qualche aspetto rimasto nell’ombra?
E. S. : No, non ho avuto sorprese. Lo conoscevo bene e conosco anche quei provini per il “Casanova” che in molti vedranno per la prima volta in questo film. Invece per Paola e Silvia, che non conoscevano alcune cose, deve essere stato diverso.

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Elisabetta Bartucca

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