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Morris a Venezia per raccontare Rumsfeld

Morris a Venezia per raccontare Rumsfeld

Errol Morris a tu per tu con l’ex Segretario della Difesa degli Stati Uniti, Donald Rumsfeld in un documentario in concorso alla 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Il potere, la sua fascinazione, le sue contraddizioni, le sue regole. Dopo aver vinto l’Oscar per il miglior documentario con “The Fog of War: La guerra secondo Robert McNamara”, Errol Morris ci riprova: questa volta a finire sotto il suo sguardo impietoso è Donald Rumsfeld, Segretario della Difesa degli Stati Uniti durante il mandato di Gerald Ford e George W. Bush, l’uomo che ha alle spalle quattro presidenti degli Stati Uniti e oltre trentanni di attività alla Casa Bianca.
In “The Unknown Known” svela alcuni dei suoi ‘fiocchi di neve’: un viaggio tra le migliaia di appunti, note, memorie raccolte durante il corso di una intera carriera. Il risultato è un ritratto grottesco e spietato, capace di mette a nudo le contraddizioni di un uomo che finisce per annegare tra le sue stesse parole.

Donald Rumsfeld è forse il personaggio più rappresentativo della tua filmografia. Perché?
Perché nel corso degli anni ho realizzato vari film su personaggi che sembrano non consapevoli di sé, in inglese diremmo: “Senza indizi di ciò che sono”. Insomma non ne hanno la pallida idea. Questo è il sentimento predominante alla fine del film.
Ho ascoltato Rumsfeld per più di trentatre ore e spesso diceva cose contraddittorie e confuse; ancora una volta il quesito si ripresenta : ‘Cosa pensa davvero? Crede veramente a quello che dice? Questo è il mistero centrale del film: “Chi è Donald Rumsfeld? Chi è realmente? Perché ha fatto ciò che ha fatto?’.
E il mistero si infittisce perché negli ultimi due giorni è riemerso a proposito dell’intervento in Siria, dicendo che sarebbe sbagliato intervenire e allora la domanda è: ‘Perché ora e non dieci anni fa quando fu il momento di occuparsi di Iran e Afghanistan?’

Sembra che il personaggio non abbia un senso di colpa o un dubbio. Era l’obiettivo del suo documentario?
Non penso si possa dire che il film serva a se stesso. Credo che il compito di un’opera non di fiction sia catturare la complessità dell’ individuo di cui si vuole fare il ritratto o anche la assenza di un profilo. Donald Rumsfeld è molto diverso da Robert McNamara. Mia moglie fa spesso un confronto tra i due che ritengo calzante: McNamara è l’Olandese Volante, l’uomo che viaggia per il mondo alla ricerca di redenzione,  Rumsfel invece è il gatto che non c’è, quello che alla fine di “Alice nel paese delle Meraviglie” scompare  e ciò che resta di lui è solo un sorriso.
Il mio scopo era riuscire a guardare nella mente di quest’uomo; forse c’è qualcosa, forse no.
I resoconti delle sue memorie, i suoi ‘fiocchi di neve’ sono un modo per guardare dentro la sua testa.
Una delle domande che temo è: ‘Perché non hai intervistato qualcun altro?’
È una scelta, come avvenne per il film su McNamara. Non volevo concentrarmi su ciò che gli altri pensano di Rumsfeld, ma su cosa Rumsfeld pensa di se stesso.

Si può definire un film sulla fascinazione del potere e la sua capacità di manipolare? In qualche modo questo l’ha influenzata?
Credo di essere stato abbastanza duro con lui. Vedo “The Unknown Known” come un ritratto devastante, pauroso; l’ho contraddetto abbastanza frequentemente anche se preferivo che fosse lui a contraddire se stesso, e lo fa di continuo con principi che servono a mescolare e confondere, con una lingua strana che mira a manipolare gli altri, ma che ha lo strano effetto di finire per  manipolare se stessi. Al punto tale che alla è lui a perdersi nel suo stesso mare di parole, nomenclature, definizioni..

Ha detto di aver girato trentatre ore di intervista. Quanto è stato intensivo questo lavoro?
Ho fatto molte ricerche. Rumsfeld è venuto a Boston, dove vivo, per quattro volte nel giro di undici giorni. Provai le stesse sensazioni di quando avevo appena cominciato a intervistare Mc Namara: mi sembrava cioè di essere in attesa di un esame.
Non credo alla lista di domande che ci si prepara in anticipo, meglio una preparazione completa, una visione generale e poi non si sa mai cosa può succedere. Un amico presente alle interviste fatte per un altro film mi disse: “Ripeti sempre: ‘Non so da dove cominciare’.  E di solito questa è la verità.

Per noi italiani, abituati a ritratti simili, è chiaro il motivo per cui Rumsfeld si contraddice dichiarando il falso un giorno sì e uno no: è semplicemente avido di potere come ogni politico…
Potrei dire che si tratta di politica e  non sarebbe il primo a raccontare qualcosa di falso. Ma c’è qualcosa di diverso: l’uso della filosofia, l’ossessione per le parole, il modo in cui manipola gli altri ma anche se stesso. Trovo più sorprendente quando una persona riesce a contraddirsi un secondo dopo senza neanche accorgersene, tanto da non sapere cosa abbia in testa.

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Elisabetta Bartucca

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