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L’arbitro: E se la vita fosse un campo di calcio

L’arbitro: E se la vita fosse un campo di calcio

Prende le mosse dall’omonimo cortometraggio del 2009 e approda alle Giornate degli Autori veneziane per stupire la platea. L’esordio di Paolo Zucca è un piccolo capolavoro del nostro cinema.
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Qualcuno lo ha già definito un gioiellino. Ed in effetti, L’arbitro di Paolo Zucca ha tutti gli ingredienti per candidarsi a essere la sorpresa italiana delle veneziane Giornate degli Autori . Scritto a quattro mani dallo stesso regista e dalla scrittrice Barbara Alberti, questo singolare esordio in bilico tra serio e faceto, affonda le proprie radici nel cortometraggio omonimo, vincitore nel 2009 di un David di Donatello.

Girato interamente in bianco e nero, L’arbitro racconta due cammini paralleli, tanto lontani nello spazio quanti simili per destino: da un lato la rivalità tra due piccole squadre sarde di terza categoria l’Atletico Pabarile e il Montecrastu, dall’altro l’ascesa professionale di Cruciani (Stefano Accorsi), arbitro ambizioso vicino a coronare il sogno della sua vita, ovvero arbitrare una finale europea.
Zucca non si nasconde dietro facili populismi o furberie ideologiche, le sue intenzioni sono dichiarate sin dall’inizio del film, messe nero su bianco dalla frase di Albert Camus che campeggia in apertura: “Tutto quello che so della vita l’ho imparato dal calcio”. Sarebbe troppo semplice, persino limitativo, liquidare L’arbitro come l’ennesima commedia sul calcio; per rendergli giustizia basta catturarne la sua essenza più profonda, spingersi oltre le dinamiche narrative, scoprire il velo e capire che qui il campo da calcio altro non è se non una metafora della condizione umana.

Una straordinaria rappresentazione di vizi e virtù, pregi e difetti dell’Italietta di uomini e donne comuni declinata attraverso il linguaggio del buffo.
Stefano Accorsi nei panni del direttore di gara Cruciani regala una delle sue migliori performance: elegante, composto, algido nell’esecuzione di quello che assume le sembianze di un rituale liturgico (il prepartita), divertente quando si esibisce in un balletto alla Fred Astaire. A fargli compagnia ci pensano dei compagni di gara altrettanto all’altezza: da Francesco Pannofino, arbitro bastardo, a Geppi Cucciari protagonista di un flirt d’altri tempi, che al suo amato cavaliere non risparmia certo colpi bassi, comica e favolistica allo stesso tempo.

Il resto della partita si consuma su un campo di calcio tra le suggestioni ancestrali di una Sardegna in bianco e nero e un tempo sospeso: scandito dal fischio di inizio, impresso sui volti di una straordinaria galleria di caratteristi, consumato per rincorrere un pallone, scolpito nei bizzarri quanto riconoscibili sguardi di una piccola umanità che annaspa, esulta, protesta, addita, inciampa…

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Elisabetta Bartucca

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