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Elysium: La classe operaia non va in paradiso

Elysium: La classe operaia non va in paradiso

Fantascienza visionaria, azione, politica. Sono i tre elementi del secondo lungometraggio di Neill Blomkamp, il regista sudafricano autore del cult District 9. L’esordio il 29 agosto nelle sale italiane.
5stelle

Paradiso e inferno, patrizi e plebei, gioia da una parte, disperazione e infine rivoluzione dall’altra. Neill Blomkamp torna dietro la macchina da presa e la fantascienza torna a parlare non solo del futuro ma anche del presente. Con Elysium, sua seconda prova, il regista sudafricano si trovava nella scomoda posizione di replicare il successo di un gioiellino cult come District 9, che riusciva a mescolare lo stupore e il fracasso di un film sci-fi con una riflessione non banale sull’apartheid, sull’immigrazione e sull’ipocrisia delle politiche di contrasto del fenomeno.

Il regista-sceneggiatore non si è lasciato scoraggiare e anzi ha puntato ancora più in alto, forte di un budget (100 milioni di dollari) più che triplicato rispetto all’opera prima. Ecco quindi tratteggiarci un mondo sostanzialmente diviso in due: da un lato un’enclave di ricchezza e privilegio (la stazione orbitante che dà il titolo al film), dall’altro una Los Angeles futura ridotta a un’unica sterminata favela. Un mosaico composto dagli ultimi, costretti a scegliere tra una vita dedicata al crimine o una spietata catena di montaggio, dove una voce ripete incessantemente che non si può andare in bagno più di una volta a turno.

Impossibile non pensare a Metropolis di Fritz Lang, che pure raccontava di un’elite che viveva sulle cime dei grattacieli e di una classe operaia che sopravviveva nei sotterranei. Ma se il capolavoro del cinema tedesco di fine anni 20 colpisce per le sue potenti allegorie, il film di Blomkamp intraprende una strada diversa. Incidenti sul lavoro, sanità pubblica al collasso, la presenza invadente di droni-poliziotto che inneggiano alla tolleranza zero e un divario sempre più intollerabile tra i vizi di un super ricco e gli stenti di chi non lo è: il futuro descritto in Elysium non è il frutto di un’elaborazione intellettuale, ma sembra invece il compendio di una pagina di giornale. Un approccio cronachistico che tradirebbe quasi una sensibilità neo realista, se ovviamente non fosse un controsenso parlare di neorealismo per un film di fantascienza.

Al servizio di un affresco tanto visionario Blomkamp riprende lo stile di District 9, mescolando un’estetica da documentario (con uso quasi esclusivo di camere a mano) ad effetti speciali all’avanguardia. Del suo film precedente decide invece di non ripetere gli errori, e così la parte più action del lungometraggio è meno ridondante ma non meno adrenalinica.
Azzeccata infine la scelta degli attori, con Matt Damon che trasmette la solita intensità al suo eroe per caso, sorta di Masaniello con innesti bionici, e con una Jodie Foster che dona lineamenti algidi a un ministro della difesa, falco per scelta e golpista per aspirazione. Non manca neanche Sharlto Copley, protagonista di District 9, che ci regala un pizzico di pazzia nel ruolo di un mercenario collaborazionista e rancoroso.


Marcello Lembo

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