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La variabile umana: esordio in ‘giallo’ per Bruno Oliviero

La variabile umana: esordio in ‘giallo’ per Bruno Oliviero

Napoletano trapiantato a Milano da quasi più di dieci anni, documentarista appassionato e fine osservatore del reale. Lui è Bruno Oliviero e così racconta  il suo nerissimo e intimistico esordio ad un lungometraggio di finzione, La variabile umana, distribuito nelle sale italiane dal 29 agosto da Bim Distribuzione e pronto a sbarcare al Festival di Locarno dove verrà presentato il 9 agosto. Storia di un uomo di legge, l’ispettore Monaco, che ha perso tutto anche il rapporto con la propria figlia, Linda, salvo riconquistarlo al prezzo di una dolorosissima rivelazione nella Milano decadente delle baby escort e dei festini a base di coca.  Nel cast Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Alice Raffaelli, Sandra Ceccarelli.

Da dove nasce il commisario Monaco?
Viene da certa letteratura americana degli anni ’30. L’idea era quella di un uomo che rappresentasse la legge, deluso dalla propria carriera e che venisse richiamato a ripensare il proprio ruolo di uomo pubblico da un fatto personale.

La Milano fotografata dal film e gli imprenditori pedofili fanno inevitabilmente ripensare a certa attualità. Quanto ha pesato la cronaca recente prima, dopo o durante la realizzazione della pellicola?
Il film è stato concepito e pensato prima dei recenti fatti di cronaca. Per me che ho sempre fatto documentari sentire il clima del luogo era una delle principali prerogative e le notizie di cronaca ci hanno invece disturbato.
L’ossessione di noi italiani per Berlusconi ha in parte avuto il suo peso nella costruziome de ‘La variabile umana’. Milano ha sempre anticipato sia nel bene sia nel male l’andamento dell’Italia: è successo nel 1992 ed è ricapitato in questi anni, è una specie di generatore di mitologie. Abbiamo lavorato sull’osservazione di ciò che ci stava intorno e Milano era già così ancora prima degli scandali noti a tutti.

Avevi a disposizone il compositore delle musiche dei film di Clint Eastwood, Michael Stevens. Lo hai uato per sottrazione, come mai?
Con Michael è stato un incontro straordinario, venuto dai produttori. In questo film il cinema americano si è aperto ad un cinema più europeo, dove la musica non copre tutto l’arco delle emozioni. Abbiamo lavorato insieme adattando un modo di fare cinema americano a una modalità tutta europea.

In alcuni momenti è quasi naturale pensare a delle analogie con ‘La ragazza del lago’ di Molaioli…
Sì, ci ho pensato, ma non ce lo avevo in mente quando ho iniziato a concepire il film; piuttosto è ciò a cui ho pensato quando abbiamo cominciato a girarlo, anche se rimangono due opere molto diverse tra loro: quella era una storia puntata tutta sull’indagine, questa invece approfondisce l’aspetto più umano, il percorso di conoscenza di un padre verso la propria figlia che si rivela estremamente doloroso.

L’impressione é che attraverso il linguaggio della finzone tu sia stato più libero di raccontare la realtà, che non nel documentario.
In genere non mi pongo problemi in termini di stile. Eduardo De Filippo diceva: “Cerca la vita e troverai lo stile, cerca lo stile e troverai la morte”. Mi sono concentrato invece sulla precisione con cui avrei potuto raccontare questa piccola storia, che toccava la realtà e soprattto una città che rappresenta una serie di miti nei confronti del nostro paese. Sì, è vero, mi sono sentito più libero. Nel documentario corri il rischio di essere voyeuristico, qui invece potevo prendere pezzi di vita reale e mostrarli insieme, costruendo così l’intimità dei peraonaggi.

Perché hai scelto Silvio Orlando per l’ispettore Monaco?
Pensavamo al film da un paio di anni e quando abbiamo cominciato a concretizzarlo Orlando ci sembrò la scelta giusta, perché strano e diverso dai ruoli che aveva interpretato fino a quel momento. Si è completamente fidato di noi, abbiamo voluto scommettere su di lui e sulla sua capacità di mettere da parte il proprio lato più comico a favore di un personaggio, che invece di simpatico non doveva avere nulla.

‘La variabile umana’ lavora molto sul non mostrare mai chiaramente ciò che succede nelle istituzioni, né il lato pruriginoso e sessuale delle giovanissima protagonista. E’ una scelta presente sin dall’inizio?
Il ‘lasciare fuori campo’ per me é l’essenza del fare cinema: esiste un mondo reale fuori che fa sempre parte del racconto e per questo non si può non considerarlo. Con Silvio abbiamo discusso dell’ambiguità del soggetto, dell’attrazione per i giovani corpi e bisognava stare attenti a non far finta che ciò non esistesse: perciò la sedicenne Linda ha un corpo da donna degno di essere ammirato e apprezzato.

Quanto ti sei lasciato influenzare dal tuo background da documentarista? Che tipo di ricerche avete fatto?
Ogni dettaglio del film viene dalla realtà. Ci siamo documentati moltissimo, trascorrendo imbarazzanti nottae in discoteca per studiare le abitudini delle giovanissime generazioni. Abbiamo incontrato agenti di polizia, il capo della omicidi, la responsabile delle autopsie e tutti ci hanno dato dei consigli su come rendere il tutto credibile e autentico.

Anche la scelta visive sono molto particolari…
Credo che per fare cinema oggi si debbano proporre delle novità rispetto alla enorme massa di immagini che tutti noi subiamo. La maggior parte dei film contemporanei tendono spesso a desaturare l’immagine, al contrario noi abbiamo deciso di lavorare molto sulla saturaziome. Volevamo mescolare carrelli e dolly del cinema classico hollywoodiano con la semplice macchina a mano.

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Elisabetta Bartucca

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