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Pacific Rim: Quando E.T. è un dinosauro

Pacific Rim: Quando E.T.  è un dinosauro

Un Doomsday mostruosamente intergalattico è l’ultima sfida del visionario Guillermo Del Toro.  Anche nel debutto fantascientifico il regista non abbandona le sue creature surreali e prende spunto dal giurassico.
2stelle

Questa volta la minaccia per il nostro mondo sale da una spaccatura nell’Oceano pacifico, una placca che nasconde un passaggio interdimensionale tra la Terra e il pianeta dei “kaiju”, le belve, enormi creature aliene decise a distruggere il pianeta. In una realtà poco lontana da quella contemporanea, per combattere il male serve altro male, così l’unica arma possibile sono i ‘Jaeger’: tecnologia di stadio avanzato guidata dall’unione degli emisferi cerebrali di due uomini, che si fondono per pilotare l’imponente robot e scagliarsi contro le belve. I terrificanti alieni hanno un piano ben preciso, riprendersi il mondo che gli apparteneva, costretti per condizioni poco consone ad estinguersi e sparire all’epoca paleolitica.  La loro mutazione è pronta ora a sfidarsi con gli uomini, anch’essi evolutisi in una categoria di combattenti letali capaci di dare corpo e anima ad ingranaggi e acciaio.

Accattivante e sempre giovane l’insistente ipotesi della sfida tra l’uomo e il cielo, tra il mondo e i possibili altri pianeti ma resta fiacca e poco originale la minaccia ipotizzata dal regista in questo suo primo esordio dal sapore di Armageddon. Molti e già presenti nell’immaginario comune gli espedienti usati per raccontare l’ultima fatica umana per liberare la terra dall’invasione; viene così spontaneo il riferimento al fortunato anime giapponese Daltanious, che nella pellicola si fonde con la trionfante saga di Transformers.
Dal canto loro gli alieni di casa sembrano usciti dal parco delle meraviglie di Steven Spielberg e ancora più gemellati con il “mostro misterioso” del cinema giapponese, Godzilla, da cui lo stesso esotico nome ‘kaijū’. Apprezzabile il  monologo in apertura che ci incita a non cercare sempre il perché di tutto nelle stelle, lontano e non toccabile, ma anche in ciò che ci è più vicino, sembra suggerirci, come in questo caso dov’ è il mare a celare segreti.

Non manca di strappare un sorriso il futuristico sistema d’ingranaggi dei giganti difensori, i ‘jaeger’, un complesso sistema di biomeccanica di stretta connessione tra il  cervello umano, le sue emozioni e il dominio sulle macchine, teso a ipotizzare un allaccio neurale simile a una colonna vertebrale, facendo  l’occhietto da lontano  alla pellicola di nicchia, Existenz di David Croneberg.
Forte e accattivante la metafora continua della necessità dell’unione della razza umana, dell’abbattimento delle diversità per erigersi contro un male comune, altro da noi, quasi di rimando agli eventi storici post 11 settembre; così costruzioni come ‘Il muro della vita’ ergono nuovi confini e prendono il posto della vecchie inutili costruzioni umane come la Grande Muraglia.

Malinconicamente però i mitologici mostri dell’onirico regista, così spettacolari come ammirati ne Il labirinto del fauno, non hanno trovato posto in questo ultimo sforzo, così come non si è lasciato tempo all’introspezione di un mondo diverso dal nostro, della serie anche i brutti hanno un cuore.
Sul grande schermo, sullo scenario di un imminente fine dalla vita come la conosciamo, il mondo degli extraterrestri rimane ancora una volta  un mondo crudele, spinto da poche necessità: distruggere e dominare. Anche qui, seppur in modo celato, non si perde occasione per provare che il cinema nella nostra epoca è terreno dei supereroi.  Ruba la scena, in pieno stile Marveliano, il divertente cameo di Rob Perlman, che per gli  appassionati del genere rimane il rosso e arrabbiato Hellboy, creatura partorita dal genio dello stesso regista. Proprio con questa strizzatina d’occhio finale  Guillermo Del Toro  lascia spazio all’idea di un già rumoreggiato sequel.

Marzia Cavallucci

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