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La Quinta Stagione: I segni del male

La Quinta Stagione: I segni del male

Mistero, atmosfere medievali, inquadrature quasi dipinte, animali che simboleggiano l’arrivo di una sciagura. La nuova pellicola della coppia di registi belga invade l’anima.
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E’ cupo e traboccante di metafore, il nuovo film di Jessica Woodworth e Peter Brosens: La quinta stagione chiude la trilogia cominciata con Khadak e Altipiano.
Tutto si svolge nel bel mezzo del passaggio stagionale dall’inverno alla primavera (mai giunta).
Un piccolo villaggio belga è colpito da una ‘mostruosa’ calamità, di cui non se ne conoscono le caratteristiche.
A cambiare, rispetto ai film precedenti, è la scelta di un’ambientazione del tutto occidentale, almeno per la collocazione geografica: dal Perù e la Mongolia i due registi puntano questa volta l’obiettivo sul paesino belga, dove realmente vivono insieme.
Al di là del tempo e del luogo, infatti, la storia potrebbe essere ambientata ovunque e in qualsiasi epoca storica: i ragazzi non vanno a scuola, ma aiutano i genitori proprio come avveniva una volta.
Non vengono mostrati computer o mezzi tecnologici, seppur i costumi e le automobili siano più che mai attuali.
Dove ci troviamo realmente? Il paradiso si sta forse trasformando in inferno?
La coppia di registi attinge al cinema, alla pittura, alle tradizioni popolari, alla letteratura: la loro opera riesce a fondere aspetti quasi presagistici con elementi grotteschi, cupi, volutamente medievali.
Difficile dare un senso ai numerosi elementi che appaiono sulla scena, quasi impossibile decifrare ogni simbolo tirato in ballo.
Tutta la storia è circoscritta al solo villaggio, nulla o quasi nulla viene detto del mondo circostante.
Il luogo scelto dai registi sembra quasi un microcosmo, ripetuto all’infinito in ogni altra parte del mondo. Non c’è salvezza.
La Cinquième Saison induce alla libera interpretazione: al di là della storia, ripercorsa attraverso il ciclo delle stagioni, spetta alla mente e agli occhi di chi guarda riuscire a dare un senso alle immagini che si susseguono sul grande schermo.
Tra queste, sono proprio quelle degli animali, in particolar modo degli uccelli, a simboleggiare l’arrivo di una sciagura.
Il gallo che non canta, l’arrivo della civetta, il corvo che sorvola le teste dei cittadini.
Animali, natura, ma anche tradizioni: il falò che segna il passaggio dall’inverno alla primavera non si accende. E’ il primo segno del male.
Anche i protagonisti racchiudono nella loro essenza significati importanti.
Lo straniero, ad esempio, è saggezza. I registi affidano al suo personaggio il compito di rivelare l’unica possibile via di salvezza. Non compreso ed emarginato, rappresenterà il primo capro espiatorio della sciagura. Brucerà vivo come le streghe.
A dargli la morte gli stessi cittadini, ormai privi di individualità e accumunati da una maschera bianca con il becco. Evocano alla mente le maschere contro la peste.
Woodworth e Brosens usano la macchina da presa in maniera intelligente, sembrano dipinte le immagini che lasciano impresse negli occhi degli spettatori.
Nel finale l’angoscia va crescendo fino ad esplodere.

Silvia Marinucci

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