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Multiplex: Orrore al multisala

Multiplex: Orrore al multisala

Stefano Calvagna torna con il cinema di genere. Un thriller in cui gli elementi ci sono tutti, ma che non regala quella scossa adrenalinica che solo questo genere di film sa dare.
2stelle

“Non ci sono più i thriller di una volta”, dice una delle protagoniste. E dopo aver visto questo film, viene da chiedersi: “Come non darle torto?”. Multiplex ha gli ingredienti giusti per poter essere un buon film di genere, ma gli manca quel pathos che possono farlo entrare a testa alta nel sacro tempio del thriller. E non si tratta nemmeno di una questione di budget. Il sentimento predominante è la noia e nemmeno il finale – un po’ prevedibile – riesce a risollevarne le sorti. Multiplex racconta la notte di “terrore” che alcuni giovani trascorrono all’interno del multisala Uci Cinemas di Parco Leonardo a Roma. Per gioco e per scherzo, e per farla pagare alla guardia che li maltratta sin dall’inizio, i sei ragazzi decidono di nascondersi in sala una volta finito il film che stanno vedendo, il cult movie “Fatal frames”.
L’intricato labirinto di scale, luoghi di servizio, bagni e sale crea l’atmosfera giusta per realizzare un thriller davvero agghiacciante. Ma le cose non stanno così: le atmosfere della location, con i loro giochi di luci, sono sfruttate male a causa di una recitazione fortemente impostata. Nessuno dei giovani attori spicca, anzi tutti danno vita a delle maschere stereotipate: il figlio di papà, il borgataro, la ragazza che non sa stare senza telefonino, la radical-chic, la fifona e l’instabile.
La cattiveria gratuita della guardia del cinema non si spiega: perché fa del male a questi malcapitati ragazzi? Chi è la donna che tiene prigioniera nella sua stanza? Il colpo di scena, o presunto tale, arriva verso la fine del film, con la scoperta del vero assassino. Ma anche qui non si fa che accrescere gli interrrogativi che lo spettatore si porrà alla fine della pellicola: perché lo fa? Cosa c’é dietro? Qual’è la storia che spiega tutta questa violenza? A rendere il film interessante restano le musiche di Claudio Simonetti e le inquadrature. Formalmente il thriller c’é, ma non c’è anima, pathos: manca quella scossa di adrenalina che ti fa saltare sulla poltrona del cinema.

Augusto D’Amante

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