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Salvo, da Cannes alle sale

Salvo, da Cannes alle sale

Ci sono voluti un cortometraggio, cinque anni e due premi allo scorso Festival di Cannes dove il film è stato presentato alla 52° Semaine de la critique, prima che il sogno della sala potesse diventare realtà:  dal 27 giugno Salvo arriva nei cinema grazie alla Good Films. Così i registi, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, e il produttore Massimo Cristaldi raccontano questo lungo cammino.

L‘elemento visivo del film è preponderante. Come era scritta la sceneggiatura? Quanto era dettagliata? Che tipo di lavoro avete fatto?
Massimo Cristaldi: E’ il copione più bello che abbia letto negli ultimi cinque anni; raramente capitano delle sceneggiature così approfondite e dettagliate, così ben scritte. Già nella sceneggiatura erano presenti i segni di una visualità del progetto.
Naturalmente la prima versione è passata attarverso diversi stadi di sviluppo ed è arrivata nell’ ultima stesura a mostrare elementi chiarissimi di visualità. In questo senso era il progetto perfetto dove hai una sceneggiatura forte per struttura e linea di racconto che preannuncia la visualità del film, e poi hai due registi che sanno mettere in pratica tutto ciò. E questo lo avevamo annusato già nella realizzazione del corto “Rita”, girato tre anni prima del film.
Fabio Grassadonia: All’inizio abbiamo lavorato sulla definizione drammaturgia della storia e sullo sviluppo tematico, poi abbiamo continuato a riscrivere il copione per dare delle indicazioni chiare su come volevamo metterla in scena. L’ultima versione era molto dettagliata in termini di inquadratura scena per scena.

Come nasce questo progetto che avevate in mente da anni? Cosa è scattato?
Antonio Piazza: Siamo entrambi palermitani. Il nostro è stato un percorso da sceneggiatori e consulenti per lo sviluppo dei copioni; abbiamo lavorato per Fandango e Filmauro e abbiamo avuto esperienze anche in ambito televisivo non particolarmente soddisfacenti. Quando abbiamo deciso di sviluppare un progetto nostro è stato naturale tornare nella città da cui entrambi proveniamo.
La scintilla dello sviluppo del progetto è l’incontro tra due diverse cecità: quella fisica di Rita e quella morale del protagonista. Da questo incontro/ scontro nasce quello che per noi è un barlume di spernza e di cambiamento. Io e Fabio siamo cresciuti a Palermo negli anni ’80, eravamo ragazzini e quelli erano anni molto difficili. A pochi mertri da casa nostra fu ucciso il giudice Rocco Chinnici con la prima autobomba dell’epoca; allora si descrivava Parlermo come Beirut durante la guerra. Ricordo vivamente quel giorno di luglio: i vetri del nostro palazzo erano esplosi e c’era un cratere a pochi metri da noi, eppure la nostra famiglia si stava comportando normalmente, facevamo le valigie per andare a mare in vacanza. Tutto questo è significativo della nostra esperienza palermitana: in qualche modo ti viene insegnato a non vedere, a far finta di vivere in una città normale. Poi quando scegli di vedere, le cose si complicano.

Perché la scelta della canzone dei Modà?
A. P. : ‘Arriverà’ è stata scelta perchè volevamo che Rita ascoltasse una canzone che fosse verosimile sentisse una ragazza come lei cresciuta in un determinato quartiere. Una canzone popolare, che perà riusciamo a utilizzare in diversi modi e che fornisce diversi elementi di sviluppo nella relazione personale di Rita e fra i due.

E perchè un attore palestinese per interpretare un personaggio così palermitano? Kitano qualche anno fa avrebbe potuto fare un personaggio simile…
F. G.: Abbiamo avuto massima libertà nella definzione del cast. Avevamo visto Saleh in due film, la commedia “La banda” e “Il tempo che ci rimane” dove interpretava un personaggio introverso e chiuso che non parlava mai, ma nonostante questo sul suo volto e nelle sue espressioni riuscivi a leggere la sua umanità tormentata. Ci è piaciuto molto perchè all’interno di questa espressività aveva quel fisico e quel carisma all’interno dell’inquadratura di cui andavamo alla ricerca.

Per l’immagine di questa perfetta macchina da guerra, volevamo un corpo che occupasse lo schermo in un certo modo rifacendosi anche ai modelli del noir classici sia americani che francesi; Alain Delon e Jean Pierre Melville sono stati dei riferimenti molto importanti. Il fatto della lingua non ci ha mai saventato tanto perchè è un film in cui si parla pochissimo. Per noi era importante evitare il doppiaggio e non ci interessava che non avesse un accento perfettemante palermitano perchè il personaggio di Salvo è portatore di un sentimento di estranaimenteo rispetto alla realtà in cui lo troviamo immerso.
Kitano è un riferimento voluto, come anche un un certo modo del cinema orientale di mettere in scena le storie. La durata di alcune inquadrature o l’insistenza nei silenzi per cogliere qualcosa di apparentemente impercettibile: ecco, ci sembrava il modo giusto per rappresentare questa storia

Una ragazza che da cieca diventa vedente. Che problemi avete avuto tra il prima e il dopo? Gli altri attori del cast sono tutti palermiatni. E’ stata un’esigenza economica o una scelta drammaturgica?
Antonio Piazza: La cecità era l’aspetto fondante della storia e quindi poi la riacquisiszione della vista. Ci siamo interrrogati a lungo su come evitare certi effettacci restituendo però chiaramente il senso di ciò che sta accadendo nella vita di questa ragazza; quindi abbiam studiato a lungo la cecità soprattutto quella di origine neurologica e abbiamo capito che c’era una maniera precisa per metterla in campo e restituire il modo in cui un non vedente è aggredito dall’ambiente che lo circonda. Così abbiamo scelto, come già avevamo fatto nel corto, dei piani ravvicinati sul volto della ragazza per i quali è stato necessario un grande lavoro.
F. G.: Il cast siciliano è stato fortememte voluto. Attorno ai due personaggi la lettura dell’ambiente doveva essere chiarissima, i rari momenit in cui era possibile far affiorare una certa palermitanità volevamo che emergesse così.

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Elisabetta Bartucca

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