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Pippo Delbono e il suo cinema di ‘carne e sangue’

Pippo Delbono e il suo cinema di ‘carne e sangue’

L’addio a Pina Bausch, Istanbul e le sua gente, sua madre, il test dell’Hiv, i volti di Tilda Swinton e Marisa Berenson, i silenzi di Bobò, suo inseparabile collaboratore, storico attore sordomuto, 50 anni di manicomio alle spalle, 15 sul palcoscenico. E ancora: le camere d’albergo mute eppure così cariche di segni, l’Opera di Parigi, gli incontri casuali, l’inifinita sequenza di testimonianze. È l’ l’ennesima scommessa di Pippo Delbono tra le infinite possibilità del linguaggio cinematografico, intimo e personale, viscerale e coraggioso come sempre. Si chiama Amore carne e inizierà il suo viaggio il prossimo 27 giugno, quando la Tucker Film comincerà a distribuirlo nelle sale italiane. Settantacinque minuti in cui Delbono spia, ruba, cattura e restiuisce istanti del proprio personalissimo cammino con l’aiuto di un cellulare e una piccola telecamera.
Un film che certo “non si potrà valutare sulla base degli incassi del weekend”, ma capace di suggerire una riflessione necessaria e urgente sui possibili modi di fare cinema.

Hai iniziato a filmare sotto l’ urgenza di un insieme di realtà personalissime o incontrate quasi per caso e senza currarti di dover decidere prima il formato o la durata in funzione di un’uscita in sala o di un passaggio televisivo.
Sono contento quando mi dicono che faccio un cinema fuori da qualsiasi genere. Sono fierodi non fare film di genere. Non sono ideologco, non mi piace chiudermi in delle famiglie, preferisco invece viaggiare. Anche se poi il sistema tende a rimettere sempre tutto in ordine. Qui in Italia ad esempio mi chiedono sempre di fare il cattivo. Il motivo? Nel film di Luca Guadagnino interpretavo il ruolo di un imprenditore cattivo e da quel momento in poi mi hanno sempre chiamato per quel tipo di personaggio. Non si riesce a capire che se si tolgono i colori della vita non restano solo i cattivi e i buoni.
Credo che il problema siano i produttori e non gli artisti, il grande cinema è nato anche con produttori illuminati che permettevano agli artisti di essere folli, liberi e li accompagnavano nella loro follia. Questo è il mestiere del produttore. Cambiare qualcosa si può, ma è sempre più faticoso in un sistema che funziona basandosi sugli incassi dell’ultimo weekend; urge allora reinventare il modo di distribuire film al cinema.

Che possibilità abbiamo?
Siamo diventati ignoranti, viviamo in un paese morto, sento la morte culturale. Abbiamo bisogno sempre più spesso di leader per svegliarci, di qualcuno che si affacci a una finestra e urli.
Ho l’impressione che in Italia non nasca più niente, che non si inventi più nulla; non abbiamo più la follia nè uno spirito critico, sono molto più folli i papa e i politici che non gli artisti e per questo credo nell’arte come rapporto con la follia.
Invece di copiare male da francesi o americani, potremmo reinventare il cinema con i nuovi mezzi a disposizione come camere straordinarie a 400 euro o cellulari. Strumenti che permettono di ripensare il linguaggio cinematografico e dare l’occhio non solo alle famiglie dei 100autori o dei documentaristi o dei figli dei cineasti: si potrebbe raccontare lo sguardo di chi l’Italia la guarda arrivando su un canotto o di chi la vede dai campi Rom. Si potrebbe inventare qualcosa che neanche i francesi hanno ancora, un cinema in grado di ridare uno sguardo alle persone che non hanno possibilità di parlare.

Sembra che il tuo cinema proceda con un freno a mano ancora tirato rispetto invece al tuo modo di fare teatro. Perché?
Le mie produzioni a teatro hanno un cammino diverso: ti faccio l’esempio di uno spettacolo che era già stato acquistato senza che nessuno sapesse di cosa parlava e senza che io avessi minimamente in testa un titolo. Era una produzione di 300mila euro, avevo 12 attori e 4/5 tecnici; il vantaggio rispetto ad una produzione cinematografica è che anche nel caso di un budget importante come questo nessuno mi dice nulla, fai quello che vuoi ed io allora volo. Nel cinema per volare probabilmente avrei bisogno di dolly, di camere particolari, ma piuttosto che trovarmi nella condizione di dover sottostare a logiche produttive preferisco ancora il cellulare. Avrei bisogno di qualcuno che come a teatro mi lasci volare, senza dirmi nulla, di gente che ha fiducia. Nel cinema non è ancora così, mancano figure che sorreggano e credano nella follia e nel fatto che si possa parlare in un altro modo. Chi produce o distribuisce il cinema ha paura, per questo dico che è colpa loro e non degli artisti. Più la produzione diventa grossa più sei schiacciato.

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Elisabetta Bartucca

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