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Cha Cha Cha: Marco Risi, il potere e il paese dei cialtroni

Cha Cha Cha: Marco Risi, il potere e il paese dei cialtroni

Dopo Fortapasc Marco Risi sceglie il cinema di genere per raccontare l’aspetto più cinico, sotterraneo e sporco del Bel Paese. Uno Stato corrotto, il lato oscuro del potere, un sottobosco di personaggi ‘brutti e cattivi’, la figura romantica di un detective di chandleriana memoria accompagnato da un cane senza zampa, l’amore sopito per una donna – la bionda dei film di Hitchcock: sono loro i veri protagonisti di Cha Cha Cha, un noir denso di citazioni, specchio del nostro tempo. In sala dal 20 giugno .  Nel cast Luca Argentero, Claudio Amendola, Pippo Delbono e Eva Herzigova.

Cha Cha Cha è un ritratto sulla connivenza tra società e criminalità. Ti è venuto in mente che tra vent’anni qualcuno potrebbe proiettarlo insieme a La grande bellezza? Due facce della stessa medaglia…
Marco Risi: Sono due opere completamente diverse. Lo abbiamo girato prima di Sorrentino. Inoltre La grande bellezza è un film molto artistico, su una Roma raccontata dal punto di vista di un giornalista stanco, un po’ Mastroianni. Invece il mio è un film con un soggetto preciso che vuole raccontare i lati oscuri di questa società e di questo potere visti attraverso gli occhi di un investigatore privato, Corso.

Chi è il protagonista di questa storia?
M. R.: E’ una figura che mi ha sempre affascinato, sin dai libri di Chandler che leggevo da ragazzo, mi piace molto il suo essere cosi romantico e solo, nella sua casa. Come il Philip Marlowe de Il lungo addio di Altman, che si dedica al suo gatto con una passione estrema cercando di dargli da mangiare solo quello che lui vuole.
Anche Corso è solitario e ha addirittura un cane con una zampa sola. Quanti si terrebbero un cane così non estetico in una società oggi talmente estetizzante? Una scelta che spiega tante cose del mio personaggio: la sua solitudine, il suo volere che le cose vadano in un certo modo per poi accorgersi sempre di più che è così difficile cambiarle e farle andare come dovrebbero.
Mi piaceva poi l’idea della storia sotterranea di questo amore mai detto apertamente con una donna, la bionda dei film di Hitchcock, a metà tra Grace Kelly e Kim Basinger.
E infine sono attratto dai rapporti con i brutti e i cattivi come il ruolo di Amendola che nel finale dice una delle battute più formidabili del film, “Che cazzo di paese!”, capace di sintetizzare la situazione che stiamo vivendo, o Pippo Delbono che esce dagli stereotipi del cattivo: lui è uno di quei personaggi che riesce a tessere sempre la sua tela per cercare di portare tutti a stare dalla sua parte, che lavorano nell’ombra ma hanno un grandissimo potere e non ci tengono ad uscire allo scoperto e farsi vedere, perchè sanno che il potere gestito così vale molto di più.

Il valore del film arriva anche dall’arte di grandissimi caratteristi. L’attenzione ai caratteri secondari è straordinaria ed è tipica del genere noir.
M.R. Non ci sono mai attori secondari, lo sono rispetto al racconto del film. Credo ci vogliano grandi attori per interpretare anche ruoli piccoli.

Avete diviso la sceneggiatura in tre. Come avete collaborato?
M. R.: La prima idea non era quella di fare un film di genere, siamo partiti da lontano pensando di raccontare certi aspetti del paese, ma le cose non quadravano; addirittura si era pensato all’inizio di fare un film sulla trattativa Stato-Mafia, tanto che avevo incontrato anche Ingroia e Massimo Ciancimino, ma anche lì non ero ancora convinto.
Alla fine mi ha incuriosito l’idea di raccontare una fetta della nostra Italia attraverso gli occhi di un investigatore privato. Sono molto felice di essere tornato a collaborare con Andrea Purgatori e Jim Carrington che mi avevano accompagnato anche in Fortapasc. Jim ha questo modo attento di suddividere le scene e sa – come solo gli americani sanno – quando deve succedere una determinata cosa.
Jim Carrington: In genere mi concentro sulla struttura. Ogni storia sin dai tempi degli Antichi Greci ne ha una, ha il suo arco ed ogni personaggio o carattere dovrebbe avere idealmente il suo. Ogni scena ha la sua dinamica e il suo arco specifico.

Il detective di Cha Cha Cha vivrà altre avventure?
M.R.: Chissà, queste cose vanno di pari passo con gli incassi. Magari Corso e Michelle si rincontreranno; vorrei rivedere lo sguardo finale di Eva (Herzigova) che si allontana in macchina in un’altra occasione e scoprire cosa succede.

Pippo, vieni dal teatro e hai una misura cinematografica strettissima: fai il minimo indispensabile per ottenere il massimo.
Pippo Delbono: Personalmente vengo fuori da una storia non strasberiana. Non è detto che per interpretare un prigioniero tu debba per forza trascorrere dei mesi in una prigione: per me fare l’attore non è questo, ma è piuttosto una questione di segni. E il cinema ha molto a che fare con la tradizione del teatro orientale: uno sguardo, un occhio, un cambio di direzione, un gesto…
I personaggi non sono di chi li fa, ma di chi li guarda. Non penso che per essere cattivo si debba trovare il marcio che c’è in noi. La mia concezione del personaggio viene dalla danza, dall’ oriente, da un altro modo di stare dietro la camera.

Luca, come hai interpretato la scena del pestaggio subito dopo essere uscito dalla doccia?
Luca Argentero:
La mia preoccupazione era renderla dinamica ed efficace. Riguardandola mi sono accorto che semplicemente funzionava. È una scena importante che arriva a un picco di buio, di ombra, adrenalina, terrore.

Quanto ci avete impiegato a girarla?

M.R: Una giornata, con quattro macchine da presa. John Woo insegna! Magari gli americani ci avrebbero messo quattro giorni, ma noi avevamo dei limiti di tempo.

C’è una citazione al Cronenberg de La promessa dell’assassino?
M. R.: Era inevitabile che ci pensassi, perché quella scena è talmente bella! Ma lì erano nudi tutti e due i personaggi, qui invece mi interessava soprattutto che il protagonista venisse colto nella sua intimità più assoluta, solo in casa e con il suo cane adorato.
Ho pensato invece ad una sequenza del Maratoneta, che ho amato molto sia nel film sia nel libro: lui nel bagno da solo che sente i rumori, capisce ed è terrorizzato. Anche se il mio personaggio è molto più preparato al pericolo.

Alla fine sono tutti corrotti?
M. R.: Tutti corrotti meno uno, tutti coinvolti in un gioco che sta diventando sempre più sporco e difficile da capire. Perciò mi piace la figura dell’investigatore, dell’eroe che cerca la verità o tenta di vendicare il torto subito. Io che sono un vigliaccone, attraverso il cinema ho il coraggio di rappresentare un uomo che può fare quello che mi piacerebbe saper fare.
Mi piacerebbe pensare che uomini simili esistano davvero e forse ce ne sono, magari vivono nell’ombra. Quello che più mi ha dato fastidio in questi anni era l’idea che ci stessimo adeguando e assuefacendo a un pensiero comune inutile, la filosofia andreottiana del ‘tanto niente cambierà’ perché poi le cose passano e scivolano via. Speriamo che le cose inizino a cambiare Questo paese è bello perchè pieno di cose da raccontare. Ed è bello anche perchè cialtrone.
Questo film è un susseguirsi di colpi di scena che hanno molto a che fare con questo Stato, con noi. Il merito del cinema è riuscire a raccontare e anticipare il paese e il fatto che non sia come lo vogliamo, e che facciamo spesso poco per cercare di modificarlo.

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Elisabetta Bartucca

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