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Daniele Vicari, premiato a Bellaria

Daniele Vicari, premiato a Bellaria

Daniele Vicari, regista di Diaz e La nave dolce riceve a Bellaria il Premio alla Carriera dal festival del documentario romagnolo, e lo commenta così…

Sono un materialista dialettico del sud italia e quando me l’hanno detto ho fatto gli scongiuri. Mi ha sorpreso. Sicuramente. Ma mi ha poi convinto la motivazione che ne ha dato Fabio Torcello, il direttore del festival: quando si fa un percorso, e piano piano questo percorso viene messo a fuoco, il fatto che venga riconosciuto che questo percorso abbia un valore ti può aiutare anche a capire che cosa sbagli o meno.
E questo dà una funzione al premio stesso, quella di fare un punto, di dove sei arrivato, anche se hai 20 anni. Anche perché il rischio dei premi alla carriera dati a 80 o 90 anni è che siano premi alla memoria.

E tu a che punto sei?
Sono in mezzo al guado, sto imparando a nuotare. Piano scegli con più precisione l’obiettivo, dove arrivare, se sia possibile arrivarci o se sia possibile rischiare di andare anche oltre. Fare un miglio di mare in più. Posso permettermelo?
Il linguaggio del cinema è qualcosa di mutevole e non si finisce mai di impararlo. Ed è per questo che il cinema continua a sorprenderci; non è codificabile, e questo fa sì che ogni volta un regista debba scoprirlo dentro di sé. Se si aquisisce questa capacità dii sorprendersi, si va avanti, non ci si ripete, non si continua a nuotare sempre nella stessa vasca.

Con Diaz sei riuscito a farlo? Hai spostato il limite o cerchi qualcosa di più intimo?
Come credo non ci sia differenza tra un film di finzione e un doc, non credo ci sia differenza nelle storie che si raccontano, intime, d’amore, di guerra, socieli, etc. L’unica differenza sta nell’atteggiamento del regista nei confronti dei suoi argomenti.
Perché anche un storia intima è un fatto sociale. Se si fa un film, si dipinge un quadro, si scrive una poesia, si fa perché si pensa che ci sarà almeno un fruitore.
Io, personalmente, sento che nel momento che stiamo vivendo, gli artisti e tutti quelli che possono avere visibilità si mettano in gioco. Chi ha gli strumenti per farlo; la nostra società ne ha bisogno. Perché stiamo riflettendo sul nostro passato recente, cercando di capire cosa è e cosa è stato. Io in questo momento sono orientato a cercare cose che mi succedono intorno, e che determinano il nostro modo di essere, che siano a livello sociale o intimo.
Sin da ragazzo mi sono interessato alla politica, e a un certo punto ho perso di vista il limite tra una cosa mia personale e quello che mi succede intorno. Il personale è politico, si diceva, nessuno vive in isolamento.

Adesso stai lavorando sul libro della Mazzucco, Limbo.
Anche lì sono in mezzo al guado; ma mi aveva colpito la storia di questa giovane donna che torna gravemente ferita dall’Afghanistan, e vuole tornarvi. E’ qualcosa assolutamente antiretorico, e la sento vera. Il problema quando si vuole fare un film da un romanzo è trovre la chiave di lettura della storia, e io non ce l’ho ancora.
Sicuramente il fatto che noi facciamo finta di non essere un paese in guerra è un buon motivo per fare un film così. Per oppormi a una tragica mancanza di coscienza.

Che situazione è adesso quella del nostro Paese?
Da ragazzo cercavo punti di riferimento, ma tutti, crescendo, in un certo momento sospendiamo il giudizio sulla nostra vita, possiamo fare di tutto per dare un senso alla nostra vita. Nel 2009, dopo aver realizzato Il mio paese e mi ero reso conto che eravamo una nazione ferma, un animale ferito che aspetta o di guarire o la propria morte, e ci fa soffrire. A questa situazione di stasi non sempre rispondiamo in maniera positiva. Il fatto che affidiamo i nostri destini a personaggi dello spettacolo, per esempio, secondo me è una cosa estremamente pericolosa, e violenta. Personaggi superomistici, che si chiamino Beppe Grillo o Berlusconi, ma ce ne sono tanti nel nostro pantheon politico, non fa molta differenza. Sono guide che pensiamo ci portino da qualche parte, ma ci portano solo dentro se stessi. Prima o poi dovremo riconoscerlo che nel bunga bunga c’eravamo anche noi.
Queste individualità, in un situazione sociale data, hanno la forza e la capacità di parlare al nostro inconscio. Se poi hanno anche gli strumenti, i mezzi, la televisione o altro, anche economici, ci colonizzano l’inconscio e diventano veramente pericolosi.
Nel caso del rapporto tra un popolo e una figura guida di questo tipo possono finire nel disastro milioni di persone. Come è successo col fascismo.

A proposito del mettersi in gioco che dicevi, ti sembra che in questo momento di crisi ci sia questa consapevolezza nel nostro cinema?
Penso che ci sia una parte del nostro cinema che lo sta facendo egregiamente, e non da oggi. Ed è il cinema documentario. E anche dal punto di vista dei numeri è più impotante del cosidetto cinema di finzione. Noi facciamo anche 400 documentari l’anno in italia, e senza mercato. Una percentuale piccola sono brutti, ma una decina o più, almeno, sono di grande qualità. Possiamo dire lo stesso dei film di finzione?
Il riappropriarsi di strumenti atravero la cinematografia documentaria e il prendersi la parola, istituire un punto di vista sul mondo, è una novità interessante.

Questa maggior qualità dipende da un linguaggio, una sensibilità, speicifciche o è un modello produttivo migliore?
Nel cinema ‘tradizionale’ sono molto pochi i produttori e i registi veramente liberi. basta andare al cinema e vedere i trailer prima di un film: almeno quattro sono italiani, e ci sono sempre gli stessi attori. Quando non sembrano lo stesso film. Questo non significa che produttori, registi e sceneggiatori siano degli idioti, ma che siamo in una situazioe di mancanza di libertà di scelta. E, per come sono fatto io, la libertà te la devi prendere, anche sapendo dire di no. Nel cinema documentario tutto questo non ha senso perché non c’è quasi la commmittenza.

Spesso certi film sono proprio i documentaristi gli stessi registi dei film più interessanti, come è successo a te con Diaz, è una consapevolezza diversa che scava nell’artista?
Non c’è dubbio. Come per un detenuto che dopo venti anni che ripete sempre gli stessi gesti, gli stessi percorsi, si finisce per disabituarsi a farsi certe domande, non si percepisce più la mancanza di questa libertà. Nel campo dell’arte si chiama autocensura. Se assaggi il territorio di libertà che si chiama documentario e torni alla finzione, ci soffri ‘a bestia’.

Pensi di essere un regista incazzato?
Non mi andrà bene se un giorno qualcuno dirà: fatti i soldi, finita l’incazzatura. Ma non penso di correre questo rischio. Detto questo, penso che bisogna, se si ha la sfrontatezza di prendersi il carico di fare certi discorsi, essere coerenti. Dire le cose come si ritiene giusto e in estrema libertà. Tra l’altro, conta caso per caso, perché la narrazione è una magnifica menzoga. E a volte è questa che diventa ‘il vero’, quello con cui lo spettatore ha un rapporto.

Con Procacci questo non ti succede?
Con lui abbiamo litigato tantissimo su tutto, attori e scelte di ogni genere, ma più che altro discusso, molto. Ma a me non piacciono le mammolette e credo nel conflitto, è qui che la creatività trova degli spazi. Un regista, anche grande, che non lascia libero il proprio montatore di dirgli che sta facendo un errore, rischia ancora di più di farne. Io ho un rapporto molto viscerale con i miei, non c’è mai un momento in cui abbiamo paura di dirci quello che pensiamo. Ci deve essere qualcuno che non è d’accordo, è importante anche dal punto di vista economico.
Con Domenico c’è una dialettica costante, ma sono 10 anni che lavoriamo insieme, comunque, credo si sia trovato un buon equilibrio.

Cosa non è andato, con lui, per il film mancato su Parodi?
Non è mancato. Domenico è stato uno dei produttori che all’epoca mi disse che non lo trovava interessante. Pensato potesse esserlo la scenggiatura, perché può sucedere anche questo. Ma Domenico ha una visione del cinema che vuole fare, mi disse che se avesse fatto un film su Genova, avrebbe fatto un film che raccontasse quel che è accaduto.

Qiundi continui a cercare?
Magari diventerà altro; non l’ho abbandonato. Cercherò altri… E’ qualcosa cui sono molto affezionato anche peché la sceneggiatura è molto buona secondo me, l’abbiamo scitta con Massimo Gaudioso, ma dopo Diaz devo riprendermi. E poi non vogio rischiare di appiattirmi.

 

About the author
Mattia Pasquini
Nascere subito dopo la fine dei "favolosi anni '60" e ritrovarsi battezzati dallo scioglimento dei Beatles e dalla sconfitta messicana nella finale di Coppa del mondo avrebbe potuto segnarlo (e non è detto che non sia successo), ma ogni storia deve avere un inizio. L'infanzia in pieni anni di piombo e la teenage, passata ad attraversare gli edonistici anni '80, mettono i semi di una instabilità che fortunosamente trova sfoghi intellettuali e creativi (altrimenti oggi avrebbe rubato la scena all'incontrastato Lecter) e lo tiene in equilibrio sul crinale tra scienza e umanismo. Matematica e comparatistica lo accompagnano verso l'esito più imprevedibile, che ancora oggi lo trova attivo e lo porta su queste 'pagine': il cinema. Una scusa (una passione, una professione) che lo porta a girare le sale di mezza Europa e non solo e ad invadere etere e web sin dal 1996 con scritti, discettazioni e cortometraggi animati grazie a 15 anni di 35mm.it e non solo. Scienziato mancato, scrittore mancato, dottore mancato, cuoco mancato, polemista mancato, spagnolo mancato. Manca niente? La scusa è "genio e sregolatezza", la realtà... è quello che vi aspetta.

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