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Giancarlo Giannini, ritorno da regista

Giancarlo Giannini, ritorno da regista

Lui la definisce “una storia avvincente e provocatoria”, qualcuno parla di “uno dei film più anarchici mai visti”. Insomma le interpretazioni si sprecano: viaggio mistico, surreale, esperienza visionaria, e poi c’è chi non gli risparmia nulla apostrafandolo come ‘imbarazzante’. Ma Ti ho cercata in tutti i necrologi è soprattutto il ritorno alla regia di Giancarlo Giannini, che ventisei anni dopo Ternosecco si rimette alla prova dietro la macchina da presa e questa volta nel ruolo di produttore, regista e attore. Un noir nato da una coproduzione italo-canadese non finita benissimo, che dal 30 maggio arriva nelle sale italiane in 50 copie distribuita da Bolero.      

Come è nata l’idea di un film così fuori dagli schemi?
Ci ho lavorato per tre anni. Tutto nasce dal racconto di alcune cacce clandestine in Africa, dove uomini di colore per non morire di fame si prestano a fare da preda a ricchi bianchi annoiati di cacciare animali.
Questa storia mi rimase impressa e ne volli fare un film, che è molto di fantasia, non ambientato in Italia, girato in inglese e in posti molto curiosi e diversi tra loro. La scena finale per esempio è stata girata nella Monument Valley, un mondo dove si fa evidente il rapporto tra l’uomo e l’infinito. E’ una storia che ho dentro da parecchio tempo, nessuno mi ha ordinato di fare il regista, volevo girarla e basta usando tutto quello che il cinema mi ha insegnato in questi anni; ma soprattutto volevo divertirmi, perché il cinema è divertimento, è gioco anche se un gioco molto serio.

Come avete lavorato a questo rapporto ambiguo tra il suo personaggio, Nikita, e quello di Helena, interpretata da Silvia De Sanctis? Avete gitato in sequenza?
No, i film non si girano in sequenza, è fondamentale invece costruirli pezzo per pezzo. Mi piace insegnare e parlare con gli attori, raccontando i segreti del mio mestiere. In questo caso ho impostato un tipo di recitazione asincrona: più della battuta in sè è importante il suo sottotesto. Ho adottato un asincronismo nella recitazione che si riflette anche sulle scelte musicali; la musica si stacca dalla scena e non la accompagna soprattutto nelle sequenze delle cacce.
Era difficile recitare in  questo modo, ma Silvia ha avuto la capacità di superare ogni difficiltà e poi mi piaceva l’idea che il suo personaggio vivesse in un mondo tutto suo, fosse solitario, vuoto e che suonasse il pianoforte. Helena ha un rapporto molto particolare con la musica, quasi mistico; è una specie di dottor Jekyll e Mr. Hyde. Mi affascinava il concetto che cercasse di sedurre la sua preda prima di conquistarla e fargli capire che l’energia e il piacere di vivere vanno oltre il noioso della loro vita. È curioso come alla fine Helena da demone diventi angelo, e Nikita faccia invece il percorso  inverso.

Come nasce il titolo del film?
Da una battuta di Nikita, che lavora a contatto continuo con la morte (“Che buono l’odore di vivo!”, dice a un certo punto). Quando incontra questa donna misteriosa che non vede da un po’ di tempo, gli viene quasi naturale esclamare: “Ti ho cercato in tutti i necrologi”. È la cosa piu semplice e naturale che Nikita possa dire.
Ho usato dei dialoghi molto poco convenzionali, qualcuno mi ha detto che è il film piu anarchico che abbia mai visto. Ho seguito le regole per tanto tempo, quindi per na volta mi piaceva essere libero. Come ho detto il cinema per me è un gioco, mi diverte e va innovato. Non è necessario spiegare troppo, spesso è l’impotenza di raccontare a farti andare oltre la storia.
È un modo diverso di vedere e proporre un racconto. Questo film potrebbe essere una favola e i suoi due personaggi addirittura dei fantasmi.

Il rapporto tra preda e predatore viene descritto attraverso uno schema narrativo anticonvenzionale e con uno stile grottesco e cupo. È una scelta voluta?
È stata una ricerca istintiva dell’immagine, ho disegnato il film inquadratura per inquadratura: solo così la scena ti viene addosso e ti fermi a pensare, a riflettere ad esempio su come creare una forma asincrona e non lineare della storia. Ho lavorato in modo del tutto inusuale, mi sono divertito, ho giocato; la recitazione è finzione, l’attore è un mago e un plagiatore e deve usare tutti i trucchi per rendere credibile un personaggio, e io non h agito diversamente.

È evidentemente un film fuori dai canoni. Che riferimenti ha usato?
È tutto molto casuale e tutto parte da un pretesto molto banale. Ci sono pochi riferimenti, certo forse molti suggerimenti mi sono arrivati inconsciamente.
Nella caratterizzazione di Braque ho pensato senz’altro a “M – Il mostro di Düsseldorf” di Fritz Lang, un film straordinario che mi è piaciuto citare . C’è tutto il cinema che mi ha segnato da Kurosawa a Kubrick al Fellini di “8½” che racconta l’impotenza di raccontare. Tutti i registi hanno un’influenza, si impara sempre dagli altri,

In quante copie esce sul mercato e cosa si aspetta dal pubblico?
Uscirà in 50 copie. Ho sempre fatto film coraggiosi e li ho proposti. Vivo la vita nel suo divenire, mi piace una storia e la faccio. Non esiste il di più nelle cose, ciò che mi fa piacere é che la mia idea possa comunicare qualcosa, in fondo lavori per il pubblico. Forse ho fatto un film difficile, ma questa è una sfida. Il cinema del futuro sarà il videogame, l’interazione con l’immagine, non sarà nè il digitale nè la sala.

E la coproduzione con il Canada? Come è andata?
Ci metterei una pietra sopra. Il film doveva essere per  30% canadese e per il 70% italiano. Ma i soldi del Canada non sono mai arrivati e alla fine ho dovuto supplire di tasca mia. Posso dire quindi che il film è andato in porto anche grazie a me e al mio impegno

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Elisabetta Bartucca

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