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Infanzia Clandestina: L’identità perduta di Juan

Infanzia Clandestina: L’identità perduta di Juan

Prendendo spunto dalla sua infanzia difficile, Benjamín Ávila porta sul grande schermo un film che racconta uno dei periodi più difficili dell’Argentina: gli anni della dittatura dopo la morte di Peron.
4stelle

Infanzia clandestina ruota attorno alla figura del dodicenne Juan, figlio di due membri del Movimiento Peronista Montonero che decidono di ritornare Buenos Aires, dopo anni vissuti in Cile, sotto falsa indentità per continuare la lotta contro le forze armate che ostacolano l’opposizione al governo. In Argentina il piccolo Juan cambia i suoi connotati, modifica addirittura il suo accento, per non essere scoperto e rischiare di mettere in pericolo la vita dei suoi genitori.
La nuova città, i nuovi compagni scuola, il primo amore, la vita dentro le mura domestiche, diventato luogo di riunioni clandestine, rendono difficile l’infanzia di Juan, che ormai si chiama Ernesto. Una storia, quella raccontata dal cineasta argentino Benjamín Ávila, che accomuna quella di molti bambini che sono cresciuti in un’epoca drammatica, caratterizzata da continue lotte e di instabilità socio-politica.
Apprezzabili le musiche, alle quali viene dato molto spazio, passando dalle canzoni di lotta di quegli anni a quelle più moderne. Da sottolineare le sequenze di fotogrammi – curate da Ivan Gierasinchuk – che sostituisco le scene più violente e che rendono meno cruda la pellicola, anzi danno un tocco di originalità e poesia.
Giudizio positivo anche per la scelta del cast, in particolare quella di Ernesto Alterio, nei panni di Zio Beto, una figura di riferimento per Juan/Ernesto, al quale racconta le sue sensazioni, i suoi primi sentimenti d’amore per la compagna di classe Maria.
Un film nel complesso molto apprezzato dalla maggior parte della critica e presentato nella sezione Quinzaine des Réalisateurs alla 65. edizione del Festival di Cannes e che arriverà nelle sale italiane dal prossimo 23 maggio. Consigliato!

Giovanni Bonaccolta

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Silvia Marinucci

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