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Sergio Rubini, così ‘mi rifaccio vivo’

Sergio Rubini, così ‘mi rifaccio vivo’

Un film sulla pacificazione, in linea con governissimi e larghe intese tanto per rimanere ancorati alla realtà dei nostri giorni. Un film che invita a deporre le armi, girato ormai un anno e mezzo fa, ma che alla luce dei recenti fatti politici si rivela precursore dei tempi, almeno nel ritratto di certe dinamiche comportamentali. Per il suo ritorno alla regia dopo L’uomo nero, Sergio Rubini punta su una commedia, Mi rifaccio vivo, a suo dire un cinema “meno voyeuristico”, ma forse più incline ad assumersi delle responsabilità. Distribuito da 01 Distribution a partire dal 9 maggio in 350 sale, il film rinnova vecchi sodalizi come quello con Margherita Buy, Valentina Cervi e Emilio Solfrizzi, e getta le basi per crearne di nuovi (Neri Marcorè, Lillo, Enzo Iacchetti). 

È il tuo undicesimo film, un ritorno alla commedia dove esprimi l’idea che l’erba del vicino non è sempre così verde. Ma da dove nasce l’idea di “Mi rifaccio vivo”?
Volevo fare un film sulla pacificazione, sul concetto di deporre le armi, oserei dire che è un film molto in linea con i governissimi.
Credo che sia arrivato il momento di fermare i conflitti e arrendersi al pensiero che il nemico va conosciuto prima e sconfitto poi attraverso la conoscenza; bisogna capire che il nemico fa paura finché non lo conosciamo e che l’erba del vicino sembra più verde perché non viviamo a casa sua. Una volta entrati nella sua realtà è facile rendersi conto che il vicino è un essere umano come noi, e in quel preciso istante viene disattivato. Il film in questo senso ha un finale positivo, all’inizio della mia carriera non amavo l’happy ending perché pensavo che un cinema di qualità dovesse avere un finale sospeso; oggi invece credo che il lieto fine sia l’indicazione di un percorso. È semplicemente un cinema meno voyeuristico e capace di suggerire una strada assumendosene le responsabilità. La commedia era l’unico genere possibile per affrontare questo argomento; l’antagonismo femminile – che avevo già affrontato in “L’anima gemella” – è in genere più nero, ha degli aspetti anche più ancestrali mentre l’antagonismo maschile fa ridere: i due protagonisti sono galli che si azzuffano.
“Mi rifaccio vivo” ha molti elementi da commedia slapstick e punta su una comicità molto fisica.
Sono partito da Emilio; conosco l’altra sua faccia e sapevo che sa essere fisico, sa come cadere, sa inciampare, sa sbattere il grugno come i comici di una volta che erano grandi cascatori, così sono andato a scovare l’antagonista tra i suoi amici e sono arrivato a Neri Marcoré e a Lillo. Con i comici non avevo mai lavorato: si dice che siano affetti da protagonismo e che ti rubino la scena, invece si sono dimostrate delle persone molto piacevoli e in grado di sostenermi anche nei momenti più complicati. Anche per la scelta delle attrici sono partito da un’idea molto chiara, quella cioè che le donne dovessero essere nevrotiche e così ho scelto Margherita e Valentina. Volevo contrapporre poi a questa femminilità compulsiva e agitata, una più leggere e compiuta e Vanessa mi sembrava l’ attrice giusta per incarnare questo tipo di femminilità.

Un film ‘in linea con i governissimi’, ma anche con te.  Sei giunto a un momento di svolta?
Venivo da un film su un antagonismo non sanato e forse avevo bisogno tornare a essere uno.
L’idea di base è  ‘conosci il tuo nemico’, perché quella di conoscere l’altro è una grande  opportunità. È il tema della contemporaneità, viviamo in un momento in cui non si devono tirare su recinti ma è necessario buttarli giù e arrendersi al fatto che l’altro vada conosciuto; perché gli antagonismi alla fine logorano. Deporre le armi significa aiutare il dialogo senza arroccamenti ideologici, costruire roccaforti è un atteggiamento che appartiene al passato.

Dicevi di un cinema capace di disinnescare i conflitti, ma avete scelto anche una componente fantastica. Quando avete pensato che questa potesse essere la chiave del vostro racconto?
Da subito. Tutto nasce dall’idea di raccontare e mettere in scena la seconda possibilità. Il cinema poi ha il compito di raccontare la realtà attraverso delle metafore anche fantastiche; è un film con l’impianto della commedia sofisticata che fa il verso a quella francese e al vaudeville. Il cinema deve poter raccontare ciò che sfugge al primo sguardo; in questo senso “Mi rifaccio vivo” è una grande epifania.

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Elisabetta Bartucca

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